Tana dei Panda

bambini si nasce, panda si diventa

Archivio per la categoria ‘auto-analisi’

Nostalgia per i demogorgoni

venerdì, ottobre 16th, 2020

Dopo quattro settimane di convalescenza, il rientro al lavoro.
Il mio rientro dall’ospedale è coinciso con l’uscita dell’ultimo giallo della Galbraith: un libro provvidenzialmente lungo, che fra un pisolo e l’altro ho impiegato due settimane a leggere. Molto meglio di una anestesia, e difatti malgrado il drenaggio sempre appresso non ho mai sentito alcun dolore fisico.
Una volta tolto il drenaggio, il corpo ha iniziato a farsi sentire e l’incanto è finito. Il dolore però aiuta a capire con che forze e in che modo riprendere una vita normale, quindi pur continuando ad avere i genitori per casa a dare una enorme mano – spesa, pasti, lavaggio piatti, gestione biancheria – ho ripreso a vivere. A quel punto il libro giallo era finito, e ho iniziato un altro tipo di anestetico: ogni giorno una puntata di Stranger Things, prima e seconda serie. Io che mi lascio impressionare da tutto ho trascorso due settimane in uno stato semi-onirico di agitazione, e ogni giorno a fine puntata mi si svuotava l’intestino per la tensione; da tenerne conto, se in vecchiaia dovessi iniziare ad avere problemi di intestino pigro.
Alla quinta settimana gli anestetici erano finiti e sono rientrata al lavoro. Spaesamento, fatica fisica, la stessa disorganizzazione cronica che avevo lasciato, relazioni umane complesse fra colleghi stupendi e colleghi iene che ti pugnalano col sorriso. E immersa in quella complessità, chi l’avrebbe mai detto, fin dal primo giorno ho iniziato a provare fitte di nostalgia per i demogorgoni, specialmente per la versione demo-cani della seconda serie – fan quasi tenerezza. Mi è sembrato che perfino un demogorgone fosse una creatura onesta e apprezzabile, con la quale si può discutere, al confronto di certi colleghi paraculi che occultano la propria disorganizzazione attribuendo tutti i problemi agli altri reparti. Da domani inizierò la terza serie, magari anche solo una puntata a settimana, e mi struggerò dalla nostalgia.

Ho imparato

domenica, settembre 13th, 2020

Ho imparato a ballare il Sirtaki. Batto il tempo col piede, anche se solo col sinistro. So scendere le scale al contrario. Sto su una gamba sola, saldo e sicuro come un fenicottero – più o meno. Scrivo in modo sempre stentoreo, ma comprensibile, e ora che ho capito come si tiene una penna in mano riesco perfino a vedere quello che ho scritto, e a correggermi l’ortografia. Sto imparando a mettere in ordine i pensieri, per poter descrivere persone o luoghi. Sto perfino studiando come si fa a saltare la corda – ma non saprei dire se lo imparerò mai, ne dubito. In cambio ho aiutato mamma a fare il budino, per mescolare giravo il polso come ora faccio con la penna, e mamma si è sdilinquita; come si sdilinquiscono facili, ‘ste mamme.
Domani inizia la scuola: sono super contento di tornare a stare coi miei vecchi compagni di classe, ma dovrò diminuire le mie visite alla Maestra Lidia, io sarò più impegnato e lei pure, inizierà a seguire anche altri bambini. Ma sono stati mesi di grandi soddisfazioni, non voglio assolutamente smettere di vederla. La Maestra Lidia è davvero una pro!!!

Non molto forte, ma incredibilmente vicino

domenica, settembre 6th, 2020

Dopo anni di alti e bassi della suocera, la malattia bussa anche alla nostra porta. Il ricovero è previsto fra una settimana, alla creatura diamo spiegazioni sommarie: mamma non ci sarà per un paio di notti, un piccolo intervento. Il fatto è oscurato dall’imminente inizio della scuola, dalle precauzioni per il coronavirus previste dal dirigente scolastico – poche e vaghe – nonché da un netto peggioramento della suocera, la cui malattia è partita alla conquista del corpo e nessun dottore, a questo punto, sa più come fermarla.
Dopo mesi di meditazioni con me stessa, anche prima che il mio scenario di salute peggiorasse, ero giunta alla conclusione di non essere davvero spaventata all’idea di un mio fine vita, quanto dall’idea del Nano solo soletto, senza una super-mamma a guardargli le spalle – soprattutto per la sua disgrafia e tutto quel che ne consegue. Non riuscivo ad accettare l’idea della malattia, senza sciogliere il nodo dell’angoscia: chi si sarebbe preso cura del bambino?
Certo, ho un marito e qualcosa può fare anche lui. Ma dopo anni di gestione quasi esclusiva – io lo porto a scuola, io lo porto dalla pediatra, io gli compro i vestiti li lavo li stiro, io ogni mattina gli scelgo i vestiti, io gli punto sempre il timer (implacabile) quando usa i videogiochi, io ogni sera controllo il diario e i quaderni per vedere come ha lavorato a scuola, io ogni mattina gli preparo la merenda, io la nazista chiedo e ottengo disciplina, io lo porto dal dentista e dall’oculista, io trovo una babysitter e gestisco i rapporti con lei, io gli cucino, io gli leggo un libro ogni sera prima di dormire – mi manca il fiato al pensiero che possa restare senza tutto questo. Da una parte la vanagloria della mamma che si sente indispensabile; dall’altra penso a un’amica con un caro amico orfano, e con un orfano per secondo marito: sostiene che gli orfani siano diversi, lo senti che hanno un vuoto e senti la loro tensione per il perenne tentativo di colmarlo.
Il tutto è complicato proprio da mio marito: ha già la pressione alta, ed è nipote di un nonno morto d’infarto a 52 anni, mentre andava in bicicletta. Allegriaaaaa!
Qualche tempo fa, infine, il loop delle mie sere angosciate – mi sono arrovellata per mesi! – si è interrotto. Un pensiero folle: faccio testamento, scrivo nero su bianco che in caso sia io che mio marito mancassimo prima dei 21 anni della creatura, nomino quale tutore legale una coppia di amici di famiglia, nostri coetanei, senza figli, assennati e simpatici ma soprattutto dotati di grande affetto umano. E ciò mi basta, perché so che quando c’è l’affetto, poi da là in poi si può costruire qualsiasi cosa.
E così, mi sono fatta trovare preparata agli eventi successivi a quella scelta. Il testamento è pronto, ora finalmente potrò concentrarmi su altro. C’è ancora tanto da fare!

Se son rose, fioriranno

domenica, agosto 30th, 2020

Un piccolo riepilogo delle vacanze di Ferragosto.
All’alba appena partiti, il pupo compone il motivetto che sarà il tormentone dell’estate: noia-palle, palle-noiaaaaaa… Per fortuna il babbo della creatura è già pronto, apre Audible e fa partire i libri di Johnny Rosso, la serie dedicata agli zombie: plot pretestuosi sostenuti da buona scrittura, e ottima lettura. Il pupo si placa e il viaggio neanche lo sentiamo.
Stavolta al mare portiamo il gommone gonfiabile. Immersi per ore nell’acqua cristallina – par di stare in Grecia – mai troppo fredda né troppo calda, il gommone usato nel verso dritto o in quello rovescio diventa: taxi acquatico per gite lungo la riva (“Mamma, mi porti un drinckino?”), rifugio per il riposo fetale, materassino per prendere il sole, tavola da surf da cavalcare in piedi, piattaforma per i tuffi. Perfino papà che normalmente è terrorizzato dall’acqua, sta immerso fino al collo e gioca assieme a noi: tenere il gommone lo rassicura, il colore dell’acqua e del paesaggio nell’entroterra lo incanta.
Quando non passiamo la giornata al mare, facciamo le consuete gite nei dintorni. Le visite sono accompagnate dal solito canto “Noia-palle, palle-noiaaaaaa…”, e da richieste assillanti tipo “Quando torniamo a casa?”, “Adesso possiamo tornare?”. Neanche una antica fortezza militare lo smuove da quest’anda da dodicenne videodipendente e indifferente a tutto. Poi appena rientriamo, la maestra Lidia gli fa scrivere un tema sulle vacanze ed ecco che vengono fuori i nomi e le caratteristiche di tutto quanto visitato – ricorda tutto, il nano malefico!
Durante le ferie portiamo avanti un po’ di compiti di scuola: qualche capriccio c’è ancora, ma in generale la creatura è molto più collaborativa di una volta, e la scrittura è totalmente cambiata. Ovvio che non potrà mai scrivere in modo ordinato o gradevole, ma almeno adesso lo stampatello è comprensibile, l’impugnatura della matita è stata stravolta ed oltre ad avere più controllo e mobilità del polso, ora il bambino vede quello che scrive e quindi si auto-corregge quando fa errori di ortografia. Santa maestra Lidia!
Appena torniamo riprende il lavoro con la maestra Lidia, che vuole approfittare di queste ultime settimane libere prima dell’inizio della scuola. I due lavorano sia sull’ortografia che sul metodo del riassunto, quanto sulla ginnastica – in piedi, sulle scale, su un tappeto di casa. “Vede signora, prima ancora di imparare a leggere e a scrivere, per un bambino è fondamentale imparare a conoscere il proprio corpo. Solo un bambino sicuro del proprio corpo potrà trovare la forza di superare qualsiasi problema incontrerà nella vita”. Qualsiasi cosa lei proponga, il pupo esegue senza fiatare – mai un “Sono stanco” o “Mi fa male qua”, e le lezioni durano due ore! A questo punto non me ne frega più niente dell’inizio della scuola e dei futuri risultati scolastici: quello che il pupo sta imparando con la maestra Lidia, va ben oltre qualsiasi cosa la scuola potrà mai insegnargli.

La maestra

domenica, giugno 21st, 2020

Dopo anni che il bambino viene trattato come un bambino ‘speciale’, non adatto, un sospetto disturbo dell’attenzione; dopo essere stato mandato dalla psicologa, e dopo essersi sciroppato pure la psicomotricista, ecco infine: una maestra. Una signora in pensione, 80 anni portati benissimo, in pochi incontri fa quello che nessuna figura medica privata aveva mai fatto: controlla l’impugnatura della penna, la mobilità del polso, l’equilibrio fisico, la padronanza ortografica generale, la matematica di base, la capacità di comporre testi. Il tutto con tono autorevole e sereno, senza moine o vocine o ammiccamenti da pseudo-amica: maestra chiede, bambino esegue – così va il mondo.
Una epifania! Dopo anni di figure mediche dalla voce zuccherina e l’atteggiamento mieloso, che ormai manco le principesse Disney ricorrono più a questi mezzucci, e dopo anni di giudizi sulla psicologia del bambino – la lista dei suoi impedimenti caratteriali all’apprendimento – arriva UNA MAESTRA e gli insegna. Nessuna psicologia, nessuna analisi moralista sul suo mondo mentale, solo lavoro: una dimostrazione sul campo che, se il bambino applica i metodi che gli vengono trasmessi, il suo rendimento migliora e lui può finalmente smettere di sentirsi segretamente un minorato mentale.
E pensare che dobbiamo tutto al Coronavirus. Dopo mesi di isolamento e lotte feroci per ‘sti dannati compiti, ho deciso che ci voleva una figura succedanea alle sue maestre latitanti, affinché di fronte a una figura esterna alla famiglia il pupo riprendesse a lavorare sul serio e riscoprisse di avere un cervello. Avevo chiesto proprio alle maestre se mi consigliavano qualche nome, ma senza alcun riscontro; finché un nostro amico maestro non ci ha mandati dalla mitica Maestra Lidia. Dopo i primi incontri, la maestra decreta che il bambino è come se non avesse mai fatto la prima elementare: nessuno gli ha mai insegnato a scrivere, e lui non essendo dotato non è mai riuscito a imparare. Passeremo perciò l’estate a recuperare quanto mai trasmessogli anni fa.
Di fronte a questa maestra anziana ma modernissima, al suo sostenere che i bambini debbano scoprire da soli le regole e non impararle a paperetta (la matematica, la grammatica), al suo applicare metodi pratici e coinvolgenti per aiutare i bambini a correggere le proprie carenze (il ritmo, i salti su un piede solo, la ginnastica per i polsi), al suo improvvisare le attività in base ai bisogni specifici del bambino che ha di fronte, sorgono spontanee una serie di domande:
1) perché quando il pupo anni fa ha presentato i primi problemi, è stato mandato da una psicologa e non da una maestra? Visto che la psicologa ce la siamo pagata in privato, non era meglio spendere quei soldi per una attività didattica su misura, per dare un supporto in più al bambino e aiutarlo con attività specifiche per i suoi problemi specifici, invece di lavorare sempre su un nebuloso ‘disturbo dell’attenzione’ e somministrargli schede preconfezionate per tale disturbo?
2) la somministrazione: il pupo si è trovato a ripetere a scuola schede che aveva magari già fatto mesi prima dalla psicologa, o durante la valutazione ASL. Che razza di coinvolgimento affettivo-emotivo (e quindi intellettuale) ci si può aspettare da bambini ai quali viene somministrato materiale cosiddetto didattico, come fosse mangime per polli in batteria? E intanto in base a quei pacchetti preconfezionati i bambini vengono giudicati e inseriti in una classificazione: questo sarà un vitello da macello, quella una mucca da latte.
3) perché tante figure sia mediche che educative spesso si limitano a somministrare dei compiti, a correggerli e ad usarli per dare un parere medico inesorabile, e non fanno seguire la valutazione da un lavoro ad hoc per colmare le lacune così evidenziate? Perché a una competenza mancata in uno specifico campo viene dato un giudizio che alla fine della fiera è meramente morale? Come se uno che non sa nuotare, invece di insegnargli a nuotare lo bollassero per un disturbo distrofico-motorio – e poi lo lasciano annegare.
Alla domanda nr.1 mia suocera ha dato una risposta immediata: le maestre non mandano i bambini da un’altra maestra perché sono gelose e temono il confronto. Temo proprio abbia ragione: una figura medica non è percepita come diretta concorrente, ed è quindi meglio tollerata.
Quanto alla somministrazione dei compiti, temo sia puro darwinismo: si vuole allevare una massa omogenea di impiegatini obbedienti, perciò chi è naturalmente dotato di capacità impiegatizio-compilatorie va avanti, e chi non è dotato può pure soccombere durante il percorso, non ci sono né il tempo né le risorse per aiutarli a stare al passo. In cambio, ci si aspetta che le famiglie abbiano sempre le risorse finanziare per gli psicologi e tutto il pantheon medico; la medicalizzazione del problema sottintende che esso sia ascrivibile ai soli geni del bambino (e implicitamente a quelli della sua famiglia), ed elude il sospetto che possa esserci qualche carenza nella didattica.
Nella mia profonda ingenuità, ammetto che non mi sarei mai aspettata tanta desolazione umana dalla scuola elementare.

Alla grande!

domenica, maggio 17th, 2020

Finalmente solo, padrone del tempo e dello spazio: va alla grande! La mattina li vedo partire, li saluto facendo la faccia triste, l’espressione da ‘cattivi, mi lasciate tutto solo’, ma appena chiudo la porta: libertà. Libertà di chiamare in viva voce senza sentire litigi in sottofondo, di stare ore in videoconferenza senza nessuno che mi interrompa, di saltare pranzo se il lavoro lo richiede, di consumarmi anima e corpo per il mio ufficio a distanza. Questa si che è vita!
Poi la sera rientrano: lei intenerita di trovarmi a casa – dopo una vita di io che torno a ora tarda, o non torno affatto – e lui troppo stanco per rompere i coglioni. A parte quando si agita perché gioca troppo coi videogiochi, e urla e litiga, ma in quel caso non è stanchezza, non è il decadimento neurologico provocato dai videogiochi e previsto dai pediatri: è che lui è CATTIVO. Chi l’avrebbe detto, così piccolo e già così marcio. Quel bambino è una vera delusione; eppure anche sua mamma mi delude, sta in fissa con la babysitter e non lascia mai il pupo a casa tutto il giorno, col suo caro papà che non può seguirlo coi compiti e non gli controlla il tempo che sta sui videogiochi. In fondo sono tutti e due CATTIVI.
Mia moglie afferma che uscire di casa le fa bene, e che a forza di tele-lavorare sto diventando irascibile, paranoico e schizofrenico. Eppure esco ogni domenica a fare una bella scarpinata, come fa a dire che vivo chiuso in casa?! E quando mi arrabbio col bambino ho i miei buoni motivi, è lui che si comporta in modo imperdonabile mica io che m’incazzo facile. La verità è che sto molto meglio a casa da solo, e che non mi manca un cazzo – non mi mancano moglie e figlio, non mi mancano i colleghi, non mi mancano gli amici, non mi manca NESSUNO. Paranoica sarà lei, e pure cieca: come fa a non accorgersi che sto ALLA GRANDE?!

Vincerò!

martedì, aprile 21st, 2020

Vincerò! Io non sono solo: c’è Lyon, sua morosa, i suoi amici, il suo cane.. ecco la mia vera famiglia.
Non la Signora Sotutto, e il suo ridicolo Giullare. “Fa questo, fa quello, gnè gnè gnè”: la loro giornata è fatta di ordini, di regole vuote. Io invece sono un bambino LIBERO!, mi comanda solo il cuore. E i fumetti. E i videogiochi. E il pigiama.
Che bello poltrire tutta la mattina in pigiama, crogiolarmi a letto leggendo fumetti mentre i due lavorano – CHE SFIGATI! Schiavi del computer, schiavi del telefono, schiavi delle loro regole assurde. Stai seduto così, non dire queste parole, vestiti colà, fa colazione; “La cucina è aperta dalle 7 alle 7:30, poi chiude!”, una delle tante minacce della Signora Sotutto. E poi: tira l’acqua dopo aver fatto la pipì, se la porta era chiusa richiudila dopo essere entrato, spegni la luce quando esci dalla stanza, fa i compiti fa i compiti fa i compiti… NOIOSI! PEDANTI! Tutte queste regole sono una seria minaccia alle mie libertà personali. Ma che vuole da me quella?, manco fosse una maestra.
E oggi, oggi la vedranno. Mi rilasso. Mi riposo e mi diverto. Posso vivere senza colazione, e dimostrerò che si sta benone anche senza merenda e senza pranzo. Io, il libro di Lyon e il mio amico pigiama. Io, un Topolino e il mio amico cuscino. Io, un Asterix e il mio amico piumone. Altro che strisciare come una larva fra un compito e l’altro, inventarmi scuse per allungare le pause di riposo, gironzolare in corridoio giocando invece di affrontare matematica: ma perché non l’ho fatto prima?! E lei, lei minaccia di lasciarmi a digiuno se non collaboro: è davvero alla frutta, è vecchia, robe da telefilm anni ’50. La tizia è proprio una noob: non capisce che la mia anima è online, e gli youtuber sono i miei fratelli – dopo anni che le chiedo un fratello o un cane o un gatto, mi sono organizzato da solo. Mamma, ascoltami: potrai anche incatenare il mio corpo, ma non avrai mai il controllo della mia mente. Ti sembro imbozzolato a letto, in realtà sono ALTROVE. Non mi avrai mai.
Solo non ho capito una cosa: che c’è per pranzo?

Manuale per hikikomori

martedì, marzo 31st, 2020

Svegliati con calma. Resta in bagno quanto ti pare. Trovati uno o più videogiochi di quelli che metti le impostazioni poi il videogioco si gioca da solo. Mangia come e quando capita – se ti ricordi di mangiare. Vestiti a metà, tanto in videoconferenza i pantaloni del pigiama mica si vedono. Lavati i capelli per non fare figuracce coi colleghi, ma abolisci le docce per non sprecare acqua e salvaguardare il pianeta. Non cambiarti mai il pigiama. Non uscire mai di casa, che c’è il Coronavirus e non si può; inoltre l’aria fresca fa male, è scientificamente provato. Sgranocchia cose mentre lavori in salotto o mentre leggi o mentre ti uccidi di serie Netflix la sera; sono ammesse patatine, TicTac, caramelle gommose, liquirizie, cracker o grissini molto salati, e se ti senti eccentrico (e se la moglie le prepara) vanno bene anche le mele cotte. Senti i colleghi unicamente in videoconferenza o viva-voce, così hai una scusa per chiuderti in salotto e tenere fuori la Belva, o per incazzarti con la Belva se tenta di far notare la sua esistenza. Inserisci alimentari di dubbia utilità nella lista della spesa condivisa con la moglie, così smetti di sognarteli la notte. La sera addormentati in divano accanto al pupo, mentre guarda i cartoni; poi appena la mamma (finiti i mestieri) porta il pupo a letto, svegliati stappa una birra cercati del cibo, e passa la sera a riguardare serie tv anni ’90. Chi va a letto prima di mezzanotte e non si addormenta sul tavolo in cucina davanti alla Signora in Giallo, è uno sfigato. Non controllare mai i compiti della Belva, o rischi danno cerebrale permanente. Non guardare le migliaia di stampate che le maestre mandano nel weekend – fogli su fogli che secondo loro dovrebbero sostituire la didattica – o rischi danno cerebrale permanente. Evita di parlare con la Belva o con la moglie: parlare stanca. Se qualcuno tenta di fare conversazione con te, urla. Se la Belva ti urla contro, urla più forte di lui. Se il computer del lavoro ti guarda con gli occhioni da cerbiatto, dedicati a lui anche se è notte o il weekend – il mio povero cucciolo!!! Accumula nuovi gadget tecnologici con la scusa che ti servono per lavoro. Non chiamare mai i tuoi genitori per sentire come va la loro quarantena, tanto ti chiameranno loro – o te ne riferirà tua moglie. Paga a tua moglie qualche giallo in formato ebook, così nel tempo libero legge si rilassa e non ti chiede di fare conversazione. Non controllare quanto a lungo la Belva usa i videogiochi o guarda i video in camera sua – mai disturbare la Belva. Fingiti sempre occupato. Fingiti morto.

Quando il bambino è in vacanza

mercoledì, marzo 25th, 2020

Da fine Febbraio la creatura è in vacanza. Niente scuola e nessun contatto visivo con le maestre, solo la stampa settimanale dei compiti da fare. Lui i compiti li porta a termine, ma per farli si fa tirare come un asino perché è in vacanza, riposare è un suo diritto; e poi tanto le maestre mica li controllano, ‘sti compiti.
Le prime settimane avevo attivato la stessa routine della malattia: il pupo passava la mattina dalla babysitter, il pomeriggio dai nonni, era tutto sotto controllo; il ricordo delle maestre era recente e la collaborazione abbondava. Poi un primo stadio di emergenza: con la nonna impegnata in un nuovo ciclo di cure, il pupo ha iniziato a vivere dalla babysitter vari giorni alla settimana. A quel punto e con grande amarezza ho calcolato che, se si andava avanti così, il mio intero stipendio mensile non sarebbe bastato a pagare la babysitter. Infine una mattina, all’improvviso, tana-libera-tutti: marito a casa (lui può telelavorare), e pupo che figuriamoci se accetta di uscire dalla porta se vede suo papà che colonizza il salotto.
Il problema è che la sottoscritta continua ad andare e venire dall’ufficio, anzi, il carico di lavoro non è mai stato così pesante – far funzionare tutto malgrado i cascami del coronavirus, da diventare matti. La sera quando torno prima di cucinare (o mentre cucino) devo controllare i compiti fatti, eventualmente interrogare la creatura su quanto letto e studiato. Dopo cena un po’ di relax (= due chiacchiere col marito), ma appena messo a letto il pupo bisogna preparare la lista compiti per il giorno dopo, concordare col marito cosa mangeranno a pranzo, sbrigare le normali faccende di casa (piatti, lavatrici eccetera). Quindi in ufficio si lavora di più + a casa si lavora di più – non c’è neanche più la palestra almeno una sera a settimana = è tutto uno schifo.
Nel frattempo che invidia tutte ‘ste mamme del gruppo Whatsapp piene di tempo e voglia di comunicare, che durante il giorno si dedicano ai figli mentre il nostro, sarò sincera, non so neanche come fa ad arrangiarsi tutto da solo, e a farmi pure trovare dei compiti fatti malgrado un papà quasi sempre al telefono o impegnato in urgenze. Qualche settimana fa speravo che l’Italia si sarebbe  fermata tutta per qlc settimana, come la Cina, e allora anche io avrei potuto fermarmi e riprendere fiato; e invece eccomi ancora qua, a girare come una trottola per mandare avanti ufficio e famiglia, con maestre pagate dalla Stato per mandare qualche scheda via rappresentante di classe – ma quanto gliene può fregare a un bambino di impegnarsi nei compiti, se poi a correggerlo è sempre e solo la mamma?!
Certi giorni mi sembra di essere precipitata in un incubo, poi per fortuna le forze cedono, schianto a letto e la stanchezza azzera tutto. Il giorno dopo, però, si ricomincia.

Stranger adults

domenica, maggio 19th, 2019

Io gli adulti proprio non li capisco. Queste sono la terza e la quarta psicologa che mi becco, da quando ho iniziato scuola. Che sia un gioco a chi ne colleziona di più, come le figurine dei Pokemòn? Forse ho la mamma ricca, però non le piacciono i vestiti fighi né i macchinoni, allora spende tutto in psicologhe per il suo adorato pargolo? Boh.
L’unico lato positivo delle psicologhe, questo è inconfutabile, è che per andarci esco prima da scuola e quindi perdo qualche ora, ogni settimana lo stesso giorno; è la mia piccola gioia settimanale. E forse c’è un altro lato positivo: diversamente dalla logopedista, le psicologhe non mi danno attività da praticare ogni giorno a casa con nazi-mamma; mi limito a stare con loro, le seguo col 10% della mia CPU nei loro discorsi e attività, sorrido quando mi sorridono e aspetto che il tempo passi, infine torno a casa come se non fosse successo niente. Tutto sommato è sopportabile.
Le due nuove personagge sono una tizia che fa le vocine dolci e fintissime, ma ben piazzata e che con una sberla potrebbe scagliarti in fondo alla stanza; e la sua collega bionda e carina, almeno lei carina davvero e non per finta come l’altra. Con la tipa grossa lavoro in palestra, con l’altra lavoro alla scrivania; in entrambi i casi mi spronano ad esprimere me stesso e il mio immaginario, salvo poi disgustarsi di quanto esprimo e cercare di correggermi. Tradotto: le armi fanno schifo, la guerra fa schifo, io non posso giocare a fare il Re dell’Universo. Ma non mi offendo, perché in fondo grazie a loro perdo qualche ora di scuola, e per riconoscenza cerco di farle contente come posso. Se non altro, in palestra salto e sudo e in qualche modo me la passo.
La seconda psicologa, quella dell’Asl, è convinta che lavorare con la terza e la quarta psicologa mi aiuterà ad essere meno incazzoso e ad imparare a concentrarmi in classe. Dopo un paio di mesi di attività, sinceramente né io né i miei né le maestre vedono alcuna differenza rispetto a prima; ma siccome i miei si stanno svenando per il costo esorbitante del servizio, presumo che almeno loro possano dirsi contenti – in fondo spendere soldi è quello che volevano, no?
Nel frattempo Angelo, un mio compagno di classe nonché amico, è da questo inverno che fa calcio e si trova proprio bene. Mi ha surclassato: siamo alla fine della terza elementare, ed effettivamente molti maschi stanno passando dall’amore per le armi alla passione per il calcio. A me il calcio non interessa, sono pure brocco e la palla mi fa paura, ma la massa è pur sempre la massa e se vuoi mischiarti con lei bisogna tapparsi il naso e tuffarsi. Quindi basta Minifigure Lego, ora quando chiedo un premio voglio le figurine del calcio, così a scuola possiamo scambiarci le doppie. E poi vorrei anche io andare a fare calcio con Angelo; ma temo che costi molto meno delle psicologhe, chissà se riuscirò a convincere i miei?