Tana dei Panda

bambini si nasce, panda si diventa

Archivio per la categoria ‘tempi duri’

Io ti salverò

sabato, aprile 4th, 2020

Una settimana fa, venerdì scorso, rientro a casa morta di stanchezza e mi ritrovo in mezzo all’Inferno: insulti che volano, urla, capricci dei piccoli e capricci dei grandi, il delirio. La furia congiunta dei due hikikomori dopo una settimana di anarchia, pasti saltati e reciproco disprezzo. Il sabato successivo ho alzato il telefono e chiamato il titolare dell’azienda dove lavoro: o mi prendevo congedo parentale, o iniziavo a lavorare da casa. Per fortuna è stata accordata la seconda opzione.
Non era una concessione così scontata, visto che settimane prima il ns tecnico informatico aveva dichiarato a tutti: non siamo strutturati per poter permettere il tele-lavoro. Io avevo preso atto, ma nelle settimane successive avevo assistito alle defezioni: prima è scomparsa tizia, dopo qualche giorno anche caia ha fatto i bagagli, alla faccia del non essere strutturati. Quindi l’azienda non era strutturata ma per alcuni si, e alla fine ho avanzato anche io la mia richiesta.
Ed ora, eccomi qui. Frastornata dal cambiamento, e in fase organizzativa. Ad esempio la mattina devo impostare il pranzo, così quando stacco nel giro di un’ora riusciamo a mangiare e costringo il pupo a fare due passi con me. Oppure il pane e latte freschi posso prenderli dal fornaio qua vicino, che apre alle 7 – e con l’occasione prendo una ciambella per la creatura. Piccoli aggiustamenti da massaia in smart working, che fa spesa solo al sabato in modo che fino al pranzo del venerdì successivo ce ne sia per tutti, e che per allora il frigo risulti semi-vuoto e pronto per il carico successivo.
Nel frattempo, mentre lavoro e passo ore al telefono in sala da stiro, controllo il pupo. Gli preparo i compiti da fare a inizio mattina, e me li faccio mostrare e li correggo mano mano che li svolge. Gli preparo la merenda. Lo riprendo se so che in quel momento dovrebbe fare matematica, eppure sento le molle del suo letto rimbalzare allegre. Passo la giornata a urlargli, dalla sala da stiro a camera sua (che per fortuna è attigua) cose come:
Cosa stai facendo?
Non dovresti fare questo?
Guarda che ti manca ancora quello, inizia.
Quand’è che finisci la pausa?
Hai finito la pausa, ora fa quell’altro.
In pausa pranzo lo costringo a fare due passi con me, e di nuovo la sera – settimana scorsa aveva perfino smesso di scendere in cortile a giocare. E faccio in modo che mangi sia a pranzo che a cena. Fra tutti questi sforzi e il fatto che le maestre, à la bonne heure!, chiedono di vedere i compiti svolti dai ragazzi, sono certa che gli scatti d’ira e il suo delirio anarchico presto si placheranno. Andrà tutto bene!

Depressione infantile

giovedì, febbraio 22nd, 2018

Urla, strepita, si incazza per piccoli nonnulla, mi insulta, cerca di picchiarmi, in generale trasforma in conflitto ogni contatto quotidiano con me. Sembra un adolescente all’apice della follia ormonale, e invece ha 7 anni. Tutto è franato con la consegna delle pagelle, e il responso definitivo delle maestre: visto che il bambino è stato dalla logopedista senza che fosse rilevato alcun disturbo particolare, ha senz’altro bisogno di un supporto psicologico. Perché in classe segue la lezione solo quando ha voglia, e quando non ha voglia gioca con le penne, guarda il soffitto, non copia quanto viene scritto alla lavagna, non tiene il segno di lettura, non riporta correttamente sul diario i compiti assegnati. Le problematiche sono più acute con la maestra di italiano, mentre in matematica e scienze la mancanza di attenzione/interesse è più rara.
La maestra di matematica e scienze insegna materie con una applicazione pratica immediata ed evidente, esige ragionamento e calcolo, non richiede la scrittura di lunghi componimenti in corsivo. La maestra di italiano predilige i dettati lunghi, infarciti di parole con ortografia complessa e significato oscuro, da scrivere obbligatoriamente in corsivo; richiede l’elaborazione di letture leziose e ammiccanti, tipiche di un’infanzia immaginata dagli adulti, e in generale esige standard di padronanza ortografica ben al di sopra dei test somministrati dalla logopedista. Il pupo ha fatto passi da gigante rispetto ai primi mesi di scuola, ma chiaramente per lui scrivere resta una fatica; sa che non scriverà mai “come una femmina” (ipse dixit, probabilmente non a torto), perciò si sente rifiutato e non all’altezza. Da qui mani spesso in bocca, ricorso frequente al pavimento, attaccamento morboso ai suoi peluche che pure ignorava da un paio d’anni, mentre in classe non risparmia tecniche fantasiose per scantonare la lezione e dimostrare alla maestra che si, ha ragione, sono un perdente. Mio figlio è un adolescente depresso, a sette anni, e io mi torturo senza costrutto né  so come aiutarlo.
In termini tecnici la maestra lo definisce ‘disturbo dell’attenzione’. E’ da inizio d’anno che lo dice, e mi chiama a rapporto, ma non l’ha mai scritto da nessuna parte; perché a scriverlo poi scatta la valutazione Asl, quando la valutazione Asl è prevista solo dalla terza elementare. Traduzione: il bambino non rispetta i canoni di maturità previsti per la terza elementare. Pur di placare la volontà persecutoria della maestra ho acconsentito al supporto psicologico, sperando che la psicologa possa fare da avvocato difensore del bambino nei confronti della maestra; ma la creatura ha preso per tradimento questa mia scelta, e non mi dà più tregua. Stritolata dal lavoro durante le mie otto ore, e stritolata dall’astio del bambino prima e dopo il lavoro, credo che fra qualche mese schiatterò. E non posso neanche permettermi una scenata di sfogo, di quando in quando, perché le fa già tutte lui – ogni weekend diventa un inferno sulla terra solo per fargli fare due compiti.
Languo, mentre osservo impotente mio figlio che si trasforma nella parte peggiore di sé.

Un anello per domarli

mercoledì, aprile 26th, 2017

panda prisonerE’ tutto iniziato mesi fa, a fine inverno: eventi estranei uno all’altro si sono incrociati con sincronia stupefacente. Da una parte, a fine Febbraio l’azienda dove lavorAVo (sottolineo il tempo imperfetto) si è trasferita, dilatando i miei tempi di viaggio casa/lavoro da venti minuti a un’ora. Nel frattempo i medici hanno trovato un tumore a mia suocera quindi vai di controlli, operazione e infine terapia. Quindi mentre io maturavo l’intenzione di presentare le dimissioni causa incompatibilità vita-lavoro (c’è già mio marito che lavora lontano), si è resa necessaria la mia presenza in famiglia per andare a prendere il bambino a scuola, e stare con lui nelle ore successive. La classica storia italiana della donna tappabuchi.
Non mi era mai successo prima di avere il bambino tutto per me. Mi sono scontrata con una creatura prepotente, presuntuosa, cocciuta, e volitiva per il solo gusto di esserlo: in poche parole un bambino viziato. Queste le tecniche applicate per cercare di rivoltarlo come un calzino:
– lo faccio contento portandolo al parco, in modo che possa frequentare altri bambini (quando stava dai nonni era sempre e solo coi nonni), e capire che in fondo ne vale la pena di diventare grandi. Per lo stesso motivo, organizzo quando possibile – tutti gli altri bambini fanno sport due o tre volte alla settimana! – incontri mirati con amici o vicini o compagni di scuola.
– lo costringo a fare merenda entro le ore 17, altrimenti salta; e l’entità della merenda è da merenda, non da pasto principale. Risultato: finalmente ha iniziato a farmi cene abbondanti e regolari, e non può più usare la merenda come scusa per evitare i compiti (ho visto cracker spezzettati in dimensioni molecolari pur di temporeggiare).
– possibilmente andiamo a fare i compiti in biblioteca. La creatura non osa applicare in luogo pubblico le sue consuete tecniche per evitare i compiti, come urlare strepitare e insultare, andare in un’altra stanza, temporeggiare millantando fame/sete/cacca/pipì/prurito alla testa/fastidio agli occhi/male al ginocchio, fare piroette intorno alla scrivania o contorcersi sulla sedia. Torniamo a casa con pile di libri che poi non legge (gialli di Scooby Doo, libroni fotografici su Il Signore degli Anelli), ma intanto si abitua al gesto di cercare e prendere i libri, e almeno i titoli dei capitoli a volte se li legge.
– visto che in prima elementare i compiti sono un impegno più che altro simbolico, se non ha sprecato l’intero pomeriggio nel farli lo porto di nuovo in qualche parco.
– se a scuola ha lavorato male, nel pomeriggio si cancella, si riscrive e si corregge tutto quello in cui ha mancato in classe.
– se torna da scuola con quaderni accettabili e non fa capricci per fare i compiti e i compiti li fa benino, sa che dopo cena potrà vedere un paio di cartoni.
– se nel fine settimana fa i capricci per fare i compiti, resta segregato in camera sua finché non ha finito.
– con i compiti si arrangia: vediamo cosa c’è da fare, poi mi allontano e mi chiama solo quando ha finito o quando ha dei dubbi. Ho visto che più gli sto lontano, meno si innervosisce.
– quando gli propongo qualcosa (1) o lo accetta, o se chiede dell’altro (2) sa che riceve zero (0). Esempi: “Vieni in bagno grande che ti faccio la treccina”, e lui “No in bagno blu!”, quindi niente treccia. “Prendi pure l’iPad e guardati un cartone qui in cucina”, e lui “No in salotto!”, allora salta i cartoni. “Siamo comodi per andare al parchetto dietro casa, che ne dici?”, “No voglio andare al parco in centro!”, quindi niente parco. E’ una disciplina estenuante, ma spero che prima o poi la smetta di proporre alternative per partito preso.
Probabilmente gli abbiamo concesso troppa libertà di scelta negli anni scorsi, abitudine che ci porta a litigare per questioni che NON sono scelte tipo: “Quando fai i compiti sul libro, ricordati di usare solo la matita”, e lui “No voglio usare la penna!”.
Il primo quadrimestre ci era bastato un piccolo premio settimanale per incentivarlo a impegnarsi a scuola, e a non fare capricci arbitrari la mattina; mentre la punizione classica era portare i suoi giochi preferiti ‘in ferie’ in cantina, o sequestrargli l’iPad – salvo poi dimenticare dove l’avevo messo. Ma qualche mese fa (in coincidenza con la malattia della suocera?, non lo sapremo mai) è cascato il palco: il pupo ha smesso di farsi attrarre dagli incentivi e ha iniziato a misurare – sic – di quante gratifiche riesce a fare a meno, a quante punizioni riesce a sopravvivere, aumentando nel contempo la frequenza dei comportamenti regressivi (mangia con le mani, si stende sotto al tavolo dopo mangiato ecc). Finché a inizio Aprile sono stata richiamata dalle maestre e a quel punto, approfittando della disoccupazione – mai fu più tempestiva! – ho provato ad applicare metodi ferrei. Se son panda, fioriranno.

Ein zwei drei

sabato, novembre 21st, 2015

soldiersCi sono vari modi per ribellarsi a una mamma che tenta di importi una disciplina ferrea e quotidiana. Io li applico tutti: gioco con qualcosa fra le mani, saltello, gironzolo, scherzo, storpio le parole, sbadiglio, mi rotolo per terra (“Sono stanco!”), mi incazzo, vado a fare la pipì. Se non fosse per le perpetue minacce di mia mamma, riuscirei effettivamente a fare niente; ma quella non demorde, si incazza, mi guarda con la faccia da assassina, sequestra giochi in cantina, e alla fine mi tocca farli ‘sti esercizi per la lingua. Ogni giorno, ogni giorno, non ne posso più!
Vero è che ora la mia ‘ci’ e la mia ‘gi’ sono portentose, dirompenti, una vera sciccheria. A scuola parlo molto di più, le maestre finalmente capiscono quel che dico, ammetto che non è male. Però mi chiedo: è proprio necessario spaccare il capello in quattro e farmi esercitare su:
Z di ‘pizza’
Z morbida di ‘zanzara’
S sibilante di ‘serpente’
S morbida di ‘asino’
Andiamo, lo capisce anche un bambino che sono la stessa lettera, e che conta solo la faccia che fai mentre pronunci la parola. E invece ogni giorno dopo cena (prima non c’è tempo) si ripetono sempre le stesse frasi: Zorro è pazzo per la sua zebra e la sua gazzella… eccetera, non ne posso più! Mamma dice che quando avrò definitivamente imparato, uscirà a ubriacarsi per festeggiare – senza di me. Ma dimentica un dettaglio: io so GIA’ parlare bene. Quindi perché infligge a me e a sé stessa questa tortura quotidiana? Tipo che le sere che ha Taiji, stacca da lavoro passa dai nonni, facciamo gli esercizi mentre si mangia un paninetto, e solo a quel punto va in palestra. Fanatica!
Pure la R mi fanno studiare. Alla visita iniziale la Rottermeir aveva ammesso che la R è la lettera meno importante, basta pronunciarla in un modo qualsiasi purché ci sia; però ora mi tartassa e mi chiede di arrotare. Ma che mi frega di arrotare se mia mamma manco è capace di pronunciarla ‘sta lettera, ed è comunque arrivata ai 40 anni e ha una vita un lavoro e tutto?
Te lo dico io dove sta il dunque: alla signorina Rottermeir piace fatturare, ha abbindolato la mamma che ora sgancia ogni settimana, e la mia pronuncia è tutta una scusa. Allora prendo la mia spada laser e SANNN SAAAAANNNN!, la libererò.
Come?, le spade laser fanno ZANNN con la Z? E io che ho detto? SANNN, tremate!

Il test di Cooper

martedì, dicembre 11th, 2012

Ancora quella sensazione: un altro passo, il successivo, guardare dritto davanti a sé, vietato pensare oltre. Com’è istruttivo il test di Cooper.
Quand’ero un’adolescente goffa e un po’ sovrappeso, il test di Cooper era una tortura, IL male: non finiva mai, ed era durissima arrivare in fondo con un minimo d’onore, per salvaguardare almeno la decenza. Non si poteva fermarsi a metà e mollare, come faceva la compagna di classe davvero grassa – e non lievemente sovrappeso – quindi l’unica era andare avanti, tener duro ed aspettare che tutto finisse, senza morire nel frattempo.
Poi diventi un’adulta (ah ah!) più in linea ma sempre un po’ goffa, lavori nel settore privato in tempi di vacche magrissime, anzi scheletriche, e ti ritrovi affondata in quella medesima sensazione: ancora un altro giorno, ancora un’altra ora, dai che arriva il venerdi, forza che è quasi Natale. Il risultato dello sforzo non è il riconoscimento della propria accettabilità fisica ma avere ancora un lavoro, godersi i weekend col pargolo, e se la vita è grama pazienza, teniamo duro, ancora un altro passo, stira cucina fa la spesa, cura il pupetto con le sue magagne invernali, turati il naso in ufficio e guarda dritto davanti a te, al passo successivo.
Son tempi che è difficile avere delle prospettive.

Il ragno

mercoledì, novembre 7th, 2012

Di tutto. Sul lavoro mi sta succedendo davvero di tutto.
Presente quei film su un complotto, dove la morsa di sordide macchinazioni stritola lentamente l’ignaro eroe? Quei film fatti di sguardi, dialoghi evasivi ed atmosfere ansiogene? O quei thriller dove la musica acida che scatta su una scena banale – un tizio prende l’ascensore, un tizio mangia in mensa – ti fa sobbalzare sulla sedia più di un assassino con l’ascia in mano? Ecco, benvenuti all’Inferno, questa è la mia vita lavorativa: la macchinazione c’è, i colpi d’ascia pure, e la Cavalleria chissà dov’è finita, lo sfascio è autorizzato e nessuno difende nessuno.
Quote societarie. CDA. Organigrammi rivoluzionati nel giro di un pomeriggio, senza alcun preavviso alle persone coinvolte. Idioti potenti che da bravi idioti fanno il lavoro sporco, mentre quelli furbi nel buio li lasciano fare e al tempo stesso ne programmano l’epurazione – sempre troppo tardi, fatalità. Ed io in mezzo come una pallina da flipper.
C’ho provato. A resistere, a farmi forza, a tessere alleanze, a galleggiare, a barcamenarmi, a sopportare, a chiudermi in risposte di prassi, a censurare mail che avrei voluto scrivere, a guardare in prospettiva, a sperare per il meglio, a capire chi sono i burattini e chi i burattinai. Mi sono sforzato, ho continuato a dare il meglio come se non fosse successo niente: per non cadere di stile, per dimostrare che sono migliore. A costo di incazzarmi con mio figlio, di ignorare mia moglie, perché un uomo vero è sul lavoro che dimostra chi è, la famiglia è uno sfondo bucolico per il weekend mica vita vera.
Perciò son diventato un ragno. Prima un raffreddore epocale, poi la tosse, e mia moglie a scassare la minchia che il mio corpo stava cercando un modo per collassare, le donne san sempre tutto loro. Poi questa settimana il dolore alla spalla, la tizia consiglia di stare a casa ma io non le bado, guarda va già meglio vado al lavoro anche oggi, lasciami stare. Finché oggi il tracollo, non so neanche come son riuscito a guidare fino a casa, e poi letto e un dolore atroce a spalla collo braccio schiena, che non so bene neanche io in che posizione mettermi. Son diventato proprio un bel ragno, tutto rattrappito dolorante è un problema anche pisciare, soffro ad alzarmi e soffro a stendermi. Mia moglie ha scovato un antidolorifico che aveva usato per la periartrite, speriamo faccia qualcosa.
Così domani torno a lavorare…

La dura realtà

domenica, settembre 23rd, 2012

Con tutto che con un pupo in casa c’è sempre poco tempo, quando a fine estate mi prendo finalmente alcune sere per scrivere qualche mail decente, e riprendere i contatti con le migliori amiche in giro per il mondo, il responso è abbastanza chiaro: a distanza di un mese hanno risposto solo le amiche con figli, o che vorrebbero averne a breve. Ne deduco che diventare mamme significa diventare noiose, o interessanti solo per altre mamme – ci-ciao, resto del mondo! A questo punto potrei smettere di affannarmi a leggiucchiare questo e quello, rubando anche solo 10 minuti ogni momento possibile, se il risultato di questo sforzo culturale è che comunque sono ‘na palla.
Nel frattempo la creaturina, dopo un’estate così impegnativa e ricca di sfide sociali, ha un periodo di egotismo spinto ed al Nido è tutto suo, e picchia e morde a tutto spiano. A due anni è già riuscito a farsi mettere in castigo dalla maestra!, la maestra più buona e dolce del mondo, fra l’altro, quindi deve averla proprio combinata. In questi giorni non si parla d’altro, discorsi ed occhiate fra me e la nonna, sempre con lui presente, che si vede capisce tutto e si vede che ci sta pensando, a quel che combina. Speriamo che basti il buon senso, e che sia solo un periodo; l’anno scorso ironeggiavo su un suo compagno di classe che chiamavo Paolo Picchiatore (per distinguerlo dagli altri Paolo), ed ora per la legge del contrappasso il picchiatore me lo trovo in casa. Che vergogna…
Forse stimola l’aggressività anche la scarsa capacità dialettica, visto che la creatura capisce tutto (sempre se ha voglia d’ascoltare, si intende) ma è ancora un mezzo distrastro nel parlare, si spiega per parole singole e pure biascicate, i verbi solo all’infinito, la frase non sappiamo ancora cos’è. Suppongo perciò che, quando non gli vengono le parole, meni. Spero che se non perderà la cattiva abitudine col buon senso, incontri almeno qualcuno bravo a difendersi: se a seguito di una sberla ricevesse un camion in testa, ci penserebbe due volte prima di fare ancora il prepotente.

Primavera

sabato, marzo 3rd, 2012

Ahi ahi ahi, che botte. Non capisco, ero tanto bravo forte prestante, ma negli ultimi giorni non faccio che sfracellarmi a terra, prendere botte in testa, cadere da dove mi arrampico, una mattina sono pure volato dal seggiolone che ho svegliato tutto il condominio col tonfo della mia craniata. Per carità, è anche vero che uso il seggiolone – la mitica sedia della Stokke! – come surrogato di scaletta, e sono più lassù che a terra; ma una volta ero più bravo, mentre in questi giorni mi spiattello da niente e non capisco perché. Comunque, che vada al diavolo mamma quando mi tira giù da in cima al seggiolone e non mi lascia giocare sull’acquaio mentre lava i piatti: arrampicarsi è un diritto, e se continua ad opporsi la denuncio al Telefono Azzurro.
Fra l’altro, anche mamma è messa mica tanto meglio di me: lascia la borsa in giro, anche lei si prende botte da niente, dimentica cose fondamentali – è un miracolo che non abbia mai dimenticato ME – insomma io e lei sembriamo davvero “Scemo e più scemo”.
Mamma afferma che ho la spavaldite, che a forza di andare al Nido e vedere gli altri bambini faccio lo spavaldo e dimentico la prudenza. Ma secondo me è effetto della Primavera, perché di botto è venuto il caldo e al Nido han cominciato a farci uscire; esco anche nel pomeriggio col nonno, fuori c’è profumo di fiorellini e le giornate son più lunghe, insomma ne stiamo vedendo la fine di ‘sto Inverno – anche del mio naso colante, spero.
Papà invece non fa testo, è esaurito dal lavoro ed ormai ogni settimana sta via una o due sere, quelle sere che mamma fa finta di niente ma fatalità a fine pasto si mette a lavare i piatti, e non mette più nient’altro sul fuoco. Che ormai mamma è troppo scaltra per chiudere la porta a chiave finché son sveglio, eppure se chiama papà col viva voce qualcosa di strano lo intuisco lo stesso, porco panda! Beh che il babbo vada pure dove vuole, tanto io ho il nonno, e il mio pupotto Paolino, e i miei compagni di classe, ed è pura coincidenza se trivello le orecchie a mamma tutta la sera coi miei “Papà, papiiiii, papà…”.

La botta

domenica, febbraio 27th, 2011

Quando tenti di entrare nel blog di tuo figlio con la username del lavoro, ecco, è arrivata la botta.
All’inizio c’è la novità, quel lieto formicolìo neuronale che tutto sommato ti fa sentire più viva e non ti fa pentire di aver lasciato il pupo coi nonni; e c’è l’adrenalina, il voler dimostrare ai colleghi che un anno a casa in maternità non ti ha del tutto rincoglionita, che basta una spolverata e le vecchie capacità tornano, ragazzi sono operativa come voi. Poi parte la spalla – che non torna più la stessa. Poi iniziano i disturbi alle gambe, le calze a compressione progressiva – cose da vecchia! Poi, dopo settimane di questa vita, non trovi più il tempo per leggere perché schianti addormentata appena le incombenze di pupo e di casa sono terminate, e dormi pure male, perché hai sempre un buon 40% del sistema che gira, che gira, a macinare dati di lavoro, e quando non pensi a nomi casuali di farmaci (Poparnetina, Vendoruton, Teppaden…) ripensi a conversazioni e situazioni, chiedendoti per quanto ancora potrà stare a galla una nave del genere.
Insomma, la botta è arrivata.
Nel frattempo tuo figlio è partito a gattonare, dopo i primi giri ricognitivi inizia ora a spaziare da una stanza all’altra, lanciandosi su scarpe ciabatte e tentando di alzarsi in piedi tenendosi a qualsiasi ostacolo verticale con protuberanze prensili. Il tizio inoltre si è fatto furbo, e dopo un mese coi nonni se li gira e rigira come vuole, piantando musi e capricci per colossali quisquilie; perché non è importante la cosa in sé, ma che i servi rispondano adeguatamente agli ordini del padrone. Ovviamente ogni tanto fa le prove di autorità anche in casa: e visto che il papà è un po’ morbido – per quanto, per ora, non del tutto rincitrullito – la parte della dura-e-pura ovviamente chi la fa? La risposta inizia per m…
Ma visto che lo stress da lavoro non è sufficiente, il pupo ci aggiunge un po’ del suo e, proprio ora che gattona e quindi si muove tutto il giorno, ha iniziato a mostrare disinteresse per il cibo, o per meglio dire: se qualcosa è nel nostro piatto lo vuole anche lui, mentre le pappe lo annoiano a morte. Quindi passi la domenica con tre pentole su fuoco, per fare le minestrine ai gusti-novità in modo che l’essere riprenda a nutrirsi in modo adeguato – d’altra parte a che altro serve la domenica??? – col terrore che comunque neanche questo sia sufficiente. Terrore nel senso che è frustrante impegnarsi per fare i menu al piccolo, e poi ‘sto qua prende qualche cucchiata con sufficienza. D’altra parte ha sempre e solo due denti!, e senza denti mica possiamo dargli da mangiare la roba nostra, come pasto intendo, a parte gli ovvi problemi di sale e zucchero; ed è vero che si impegna a masticare con le gengive, ma ad una lentezza tale da non poter certo fare un pasto solido. Il pargolo è da mesi che sbava come un labrador, ma dopo i due simpaticissimi denti davanti non gli è più cresciuto altro; a questo punto sospetto che se li sia fatti crescere per venire più dolce e accattivante nelle foto, il resto probabilmente lo farà tutto assieme nel giro di un breve periodo non appena gli verrà voglia di rosicchiar braciole.