Tana dei Panda

bambini si nasce, panda si diventa

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Depressione infantile

giovedì, febbraio 22nd, 2018

Urla, strepita, si incazza per piccoli nonnulla, mi insulta, cerca di picchiarmi, in generale trasforma in conflitto ogni contatto quotidiano con me. Sembra un adolescente all’apice della follia ormonale, e invece ha 7 anni. Tutto è franato con la consegna delle pagelle, e il responso definitivo delle maestre: visto che il bambino è stato dalla logopedista senza che fosse rilevato alcun disturbo particolare, ha senz’altro bisogno di un supporto psicologico. Perché in classe segue la lezione solo quando ha voglia, e quando non ha voglia gioca con le penne, guarda il soffitto, non copia quanto viene scritto alla lavagna, non tiene il segno di lettura, non riporta correttamente sul diario i compiti assegnati. Le problematiche sono più acute con la maestra di italiano, mentre in matematica e scienze la mancanza di attenzione/interesse è più rara.
La maestra di matematica e scienze insegna materie con una applicazione pratica immediata ed evidente, esige ragionamento e calcolo, non richiede la scrittura di lunghi componimenti in corsivo. La maestra di italiano predilige i dettati lunghi, infarciti di parole con ortografia complessa e significato oscuro, da scrivere obbligatoriamente in corsivo; richiede l’elaborazione di letture leziose e ammiccanti, tipiche di un’infanzia immaginata dagli adulti, e in generale esige standard di padronanza ortografica ben al di sopra dei test somministrati dalla logopedista. Il pupo ha fatto passi da gigante rispetto ai primi mesi di scuola, ma chiaramente per lui scrivere resta una fatica; sa che non scriverà mai “come una femmina” (ipse dixit, probabilmente non a torto), perciò si sente rifiutato e non all’altezza. Da qui mani spesso in bocca, ricorso frequente al pavimento, attaccamento morboso ai suoi peluche che pure ignorava da un paio d’anni, mentre in classe non risparmia tecniche fantasiose per scantonare la lezione e dimostrare alla maestra che si, ha ragione, sono un perdente. Mio figlio è un adolescente depresso, a sette anni, e io mi torturo senza costrutto né  so come aiutarlo.
In termini tecnici la maestra lo definisce ‘disturbo dell’attenzione’. E’ da inizio d’anno che lo dice, e mi chiama a rapporto, ma non l’ha mai scritto da nessuna parte; perché a scriverlo poi scatta la valutazione Asl, quando la valutazione Asl è prevista solo dalla terza elementare. Traduzione: il bambino non rispetta i canoni di maturità previsti per la terza elementare. Pur di placare la volontà persecutoria della maestra ho acconsentito al supporto psicologico, sperando che la psicologa possa fare da avvocato difensore del bambino nei confronti della maestra; ma la creatura ha preso per tradimento questa mia scelta, e non mi dà più tregua. Stritolata dal lavoro durante le mie otto ore, e stritolata dall’astio del bambino prima e dopo il lavoro, credo che fra qualche mese schiatterò. E non posso neanche permettermi una scenata di sfogo, di quando in quando, perché le fa già tutte lui – ogni weekend diventa un inferno sulla terra solo per fargli fare due compiti.
Languo, mentre osservo impotente mio figlio che si trasforma nella parte peggiore di sé.

Il giunco si piega ma non si spezza

martedì, novembre 14th, 2017

‘Sto cazzo di giunco… ma come farà a non spezzarsi mai? Chissà se anche lui è femmina, e affronta i classici problemi del caso:
1) lavoro nuovo, otto ore al giorno, in settore nuovo di pacca dove bisogna imparare quasi tutto. E dove essendoci un’organizzazione da azienda artigianale, nessuna sa cosa significhi la parola ‘organizzazione’ e i flussi di informazioni sono tutti gelosamente custoditi nelle teste dei vari colleghi.
2) mal di schiena ricorrente da vecchiaia che avanza.
3) maestre in fibrillazione. La creatura in classe si distrae facilmente, commette tanti errori; che sia disgrafico?, che abbia problemi di apprendimento?, che sia semplicemente più furbo che santo? Chiaro a tutti è che scrive come una gallina. Ma insomma, ha sputato sangue per imparare lo stampatello l’anno scorso, era contento di iniziare la seconda elementare, ma ecco che deve cominciare da capo col sangue per imparare il corsivo; detta fra noi, c’è da capirlo. Le maestre intanto invocano gli psicologi, la risonanza magnetica al cervello, la mano bionica, insomma dopo un mese di scuola già lui – ed io di conseguenza – veniamo messi in croce perché la performance non rientra nei parametri previsti da ‘o sistema (scolastico). Dopo un mese un colloquio, dopo un altro mese un altro colloquio, non so più cosa pensare.
4) l’unica serata libera che ho, funziona così: porto il bambino a casa, preparo la cena e tavola per lui e marito, metto su una lavatrice; il marito passa la porta, io schizzo fuori per arrivare in tempo alla mia ginnastica, sudo e mi impegno, poi torno a casa, porto fuori la spazzatura, mangio, lavo i piatti, stendo la biancheria, preparo la tavola per la colazione del giorno dopo, infine ore 23 avanzate mi lavo e striscio a letto. Ed è solo lunedì.
Per fortuna la baby-sitter è molto brava, sa gestirsi il pupo, è affettuosa, e ha uno splendido gatto. Almeno un punto di riferimento.

Due + uno fa tre…

venerdì, luglio 21st, 2017

lord of pandas and princess…della babysitter sono il re!
Ora, credo sia ormai palese a tutti che mia mamma è cattiva. Era a mia disposizione ogni santo giorno – a fine lezione finché andavo a scuola, a fine centro estivo quando è finita la scuola – quando di punto in bianco è tornata al lavoro. No no, bellina, non si fa. Non è giusto. E’ cattiva.
In cambio, Ada è buona. E’ anche ‘bbona, a dirla tutta – non mi formalizzo mica se ha quasi cinquanta anni più di me. Mi viene a prendere ogni giorno, mi porta a casa sua, si prende cura di me con mezzo bicchiere di Coca Cola e una ciotola di pop-corn, gioca con me, finché mamma non stacca dal nuovo lavoro e passa prendermi a casa – “Sei cattiva!” le dico appena passa la porta. Con Ada faccio pure i compiti senza dare (troppo) fastidio. D’altra parte, Ada ha un figlio adolescente e una gatta morbida e bellissima: perché mamma non mi ha mandato prima in un tale paradiso?!
Il figlio di Ada si chiama Carlo. Qualche giorno fa il papà di Carlo è passato a prenderlo per fare un giro; infatti figlio e padre non vivono assieme, Ada è separata. Quindi, se ci si può separare, come mai mamma e papà stanno ancora insieme? Ogni tanto quando mamma e papà non sono d’accordo su qualcosa chiedo a mamma: quindi ora lo lasci? Sarebbe buffo se si lasciassero – basta che io possa continuare a vivere con entrambi per vedere che succede.
Io avevo chiesto una babysitter ventenne con gli shorts, ma in fondo Ada mi piace quindi va bene così. Però mamma è cattiva, che non mi ha esaudito, e anche perché oltre ai libri per le vacanze (pieni di esercizi da babbei) mi costringe ogni giorno a leggere due paginette sugli animali. Ormai so tutto su corteggiamento, piume e alimentazione, che non devo farlo sapere ai miei amici o mi tratteranno da sfigato. Mamma ha pure ripreso a farmi la ginnastica per la lingua: dice che la mia S certi giorni è orrenda, e poi mi fa fare l’esercizio ‘fungo’ per spingere in avanti i denti sopra. Due palle. Mi tocca obbedirle, o mi lascia a pane e acqua – altro che pop-corn e Coca Cola! Mamma è proprio cattiva. Devo chiedere ad Ada se le piace leggere ad alta voce il Signore degli Anelli, che in caso mi trasferisco per sempre da lei.

Un anello per domarli

mercoledì, aprile 26th, 2017

panda prisonerE’ tutto iniziato mesi fa, a fine inverno: eventi estranei uno all’altro si sono incrociati con sincronia stupefacente. Da una parte, a fine Febbraio l’azienda dove lavorAVo (sottolineo il tempo imperfetto) si è trasferita, dilatando i miei tempi di viaggio casa/lavoro da venti minuti a un’ora. Nel frattempo i medici hanno trovato un tumore a mia suocera quindi vai di controlli, operazione e infine terapia. Quindi mentre io maturavo l’intenzione di presentare le dimissioni causa incompatibilità vita-lavoro (c’è già mio marito che lavora lontano), si è resa necessaria la mia presenza in famiglia per andare a prendere il bambino a scuola, e stare con lui nelle ore successive. La classica storia italiana della donna tappabuchi.
Non mi era mai successo prima di avere il bambino tutto per me. Mi sono scontrata con una creatura prepotente, presuntuosa, cocciuta, e volitiva per il solo gusto di esserlo: in poche parole un bambino viziato. Queste le tecniche applicate per cercare di rivoltarlo come un calzino:
– lo faccio contento portandolo al parco, in modo che possa frequentare altri bambini (quando stava dai nonni era sempre e solo coi nonni), e capire che in fondo ne vale la pena di diventare grandi. Per lo stesso motivo, organizzo quando possibile – tutti gli altri bambini fanno sport due o tre volte alla settimana! – incontri mirati con amici o vicini o compagni di scuola.
– lo costringo a fare merenda entro le ore 17, altrimenti salta; e l’entità della merenda è da merenda, non da pasto principale. Risultato: finalmente ha iniziato a farmi cene abbondanti e regolari, e non può più usare la merenda come scusa per evitare i compiti (ho visto cracker spezzettati in dimensioni molecolari pur di temporeggiare).
– possibilmente andiamo a fare i compiti in biblioteca. La creatura non osa applicare in luogo pubblico le sue consuete tecniche per evitare i compiti, come urlare strepitare e insultare, andare in un’altra stanza, temporeggiare millantando fame/sete/cacca/pipì/prurito alla testa/fastidio agli occhi/male al ginocchio, fare piroette intorno alla scrivania o contorcersi sulla sedia. Torniamo a casa con pile di libri che poi non legge (gialli di Scooby Doo, libroni fotografici su Il Signore degli Anelli), ma intanto si abitua al gesto di cercare e prendere i libri, e almeno i titoli dei capitoli a volte se li legge.
– visto che in prima elementare i compiti sono un impegno più che altro simbolico, se non ha sprecato l’intero pomeriggio nel farli lo porto di nuovo in qualche parco.
– se a scuola ha lavorato male, nel pomeriggio si cancella, si riscrive e si corregge tutto quello in cui ha mancato in classe.
– se torna da scuola con quaderni accettabili e non fa capricci per fare i compiti e i compiti li fa benino, sa che dopo cena potrà vedere un paio di cartoni.
– se nel fine settimana fa i capricci per fare i compiti, resta segregato in camera sua finché non ha finito.
– con i compiti si arrangia: vediamo cosa c’è da fare, poi mi allontano e mi chiama solo quando ha finito o quando ha dei dubbi. Ho visto che più gli sto lontano, meno si innervosisce.
– quando gli propongo qualcosa (1) o lo accetta, o se chiede dell’altro (2) sa che riceve zero (0). Esempi: “Vieni in bagno grande che ti faccio la treccina”, e lui “No in bagno blu!”, quindi niente treccia. “Prendi pure l’iPad e guardati un cartone qui in cucina”, e lui “No in salotto!”, allora salta i cartoni. “Siamo comodi per andare al parchetto dietro casa, che ne dici?”, “No voglio andare al parco in centro!”, quindi niente parco. E’ una disciplina estenuante, ma spero che prima o poi la smetta di proporre alternative per partito preso.
Probabilmente gli abbiamo concesso troppa libertà di scelta negli anni scorsi, abitudine che ci porta a litigare per questioni che NON sono scelte tipo: “Quando fai i compiti sul libro, ricordati di usare solo la matita”, e lui “No voglio usare la penna!”.
Il primo quadrimestre ci era bastato un piccolo premio settimanale per incentivarlo a impegnarsi a scuola, e a non fare capricci arbitrari la mattina; mentre la punizione classica era portare i suoi giochi preferiti ‘in ferie’ in cantina, o sequestrargli l’iPad – salvo poi dimenticare dove l’avevo messo. Ma qualche mese fa (in coincidenza con la malattia della suocera?, non lo sapremo mai) è cascato il palco: il pupo ha smesso di farsi attrarre dagli incentivi e ha iniziato a misurare – sic – di quante gratifiche riesce a fare a meno, a quante punizioni riesce a sopravvivere, aumentando nel contempo la frequenza dei comportamenti regressivi (mangia con le mani, si stende sotto al tavolo dopo mangiato ecc). Finché a inizio Aprile sono stata richiamata dalle maestre e a quel punto, approfittando della disoccupazione – mai fu più tempestiva! – ho provato ad applicare metodi ferrei. Se son panda, fioriranno.

Traguardi

mercoledì, marzo 2nd, 2016

panda-runIl pupo cresce. Mi sembra ancora incredibile: è stato promosso dalla logopedista e abbiamo quindi finito il nostro via-vai settimanale. Ora non avrò più scuse per prendermi quelle tre ore di permesso dal lavoro; spero di non diventare un’isterica esaurita, senza quel piccolo polmone di libertà che mi spezzava la settimana. Ci resta comunque da fare una ginnastica quotidiana, per correggere quella tremenda S dentale che lo fa parlare come Duffy Duck, e per abituargli la lingua a stare in posizione un po’ più adulta, sul palato. Per quanto riguarda la R arrotata, che ha imparato benissimo, una mini-figure Lego alla settimana si è rivelata lo sprone sufficiente per fargliela usare ogni giorno, il più possibile tutto il giorno.
Grazie alla logopedia la sua pronuncia è molto più chiara, a scuola chiacchiera a raffica e si concede battute di spirito con le quali fa ridere tutti. Le maestre lo vedono molto cambiato, più partecipe e sicuro, ed è tutto fiero – ma cerca di non darlo a vedere – quando gli fanno i complimenti per la bella R.
Questa nuova disinvoltura sembra in cambio averlo precipitato in una specie di pre-adolescenza – a cinque anni?! Poiché nei giorni lavorativi siamo quasi sempre io e lui, lui ed io, col babbo che dorme fuori anche due o tre notti alla settimana o che torna solo alle 20 – 20:30, durante la settimana tutto sommato ce la passiamo, la ginnastica della lingua la fa senza farsi pregare, gli leggo libri e stiamo assieme, ma per contro ora del w-end partono le recriminazioni:
“Vuoi decidere sempre tutto tu!”
“Sei cattiva!”
“Lasciami in pace! Finiscila!”
Basta una parola perché lui risponda in tono astioso, come un vecchio intollerante verso la moglie dopo cinquanta anni di matrimonio. A volte è proprio comico, altre volte mi viene voglia di lanciarlo dalla finestra. Suppongo che durante la settimana lui sia incasellato nella routine, e quindi più prono ad accettare un certo tipo di disciplina; quando però nel w-end la presenza del babbo spezza l’equilibrio di rigore e dà un fulgido esempio di svacco maschile, il pupo si imbizzarrisce e agogna anche lui alla sua personale versione di ‘mi chiudo in cesso per ore con l’iPad senza curarmi del mondo’ (e specialmente di me).
Nel frattempo io faccio spesa, pianifico e cucino i pasti, lavo stendo stiro, tengo le public relations con le altre mamme di scuola, firmo avvisi e seguo le attività scolastiche, tengo le public relations coi suoceri che tengono il bambino dopo scuola (mentre il loro figlio diretto, padre del bambino, si fa una dose cospicua di cavoli propri), mi informo e giro per l’iscrizione alle scuole elementari. Ah, ho pure un lavoro di quaranta ore settimanali, ora che ci penso. Insomma se non avessi quella mia unica e privatissima serata libera alla settimana per fare Taichi, credo che in casa farei una strage. Ma non so se vedrò tutta intera la fine dell’inverno, a dire il vero, con due asini da tirare e spronare affinché facciano il loro nel w-end. Staremo a vedere.

Maggiociondoli, lillà, paulownie e tigli

lunedì, maggio 5th, 2014

flower pandaQuest’anno il tempo mi ha proprio piallato. Ricordo che erano appena fiorite le peonie, quei cespugli discreti dai fiori pastello, quando un momento dopo è esploso il colore: maggiociondoli (in Aprile!, alla faccia del nome), lillà, glicini e rose. Da una settimana è il turno delle paulownie, con quella loro aria da giganti buoni che vegliano sui dintorni; e i tigli hanno i fiori pronti, col fischio che aspetteranno Giugno per invadere l’aria col loro profumo d’estate.
O è la stagione ad essersi accavallata in un periodo più breve del solito (in ditta abbiam venduto fiumi di antistaminici), o sono io che fra malattie&co ho perso di vista lo scorrere del tempo. Quella che a Marzo era stata un’influenza, con Aprile è diventata bronchite; vai di antibiotico ed ulteriori assenze dal lavoro, col pupo che partiva la mattina e tornava la sera dopo le 21 dichiarandomi “Ti voglio bene”, da quanto poco mi vedeva. Ora di Pasqua spunta fuori una vecchia conoscenza, l’eritema nodoso: dagli anche di cortisone. Le disgrazie sembravano non avere fine. Per fortuna avevamo già programmato una settimana di ferie, e complici le brutte previsioni del tempo ci siam piazzati a Belluno, dagli altri nonni; non so se si stia meglio in un hotel a 4 stelle o in casa da propria mamma, a fare poco e niente.
Mentre cercavo di farmi una ragione che fosse già fine Aprile – che fine aveva fatto il tempo? – il Nano giocava col cugino che ormai fa la terza elementare. Da allora ragiona di più e meglio, gli ha fatto bene la compagnia di un bambino più grande.
Infine siamo tornati alla vita normale. Immaginavamo una settimana leggera visto il ponte del 1° Maggio, invece lunedi esplode la bomba: molla l’ufficio e corri a scuola, il distretto sanitario deve somministrare un antibiotico a tutti i bambini, c’è stato un caso di meningite. Recupero il bambino (che si evita la profilassi essendo stato in ferie nella settimana del possibile contagio), faccio spesa, mollo il pupo al nonno e vado ad un colloquio di lavoro; torno a stra-ore, prelevo il pupo e finalmente si rientra a casa. Solo dopo aver addormentato il pupo mio marito mi rivela che la compagna di scuola ammalatasi di meningite, è già morta. Non chiudo occhio tutta la notte.
Dài i nani per scontati, ma è vero di punto in bianco potrebbero non esserci più; è vero, ma meglio non pensarci. Pensi che la morte è più difficile da accettare qui, dove un buon tenore di vita la rende più rara e quasi invisibile, e dove c’è un enorme investimento di forze ed emozioni sui pochi bambini circolanti. Ti racconti che deve essere più facile per una donna del terzo mondo, se hai sei o sette figli fa niente se ne perdi uno per strada; ma suona una palla micidiale. Il fatto è che non ti capaciti come una pupetta bionda e simpatica possa essersene andata così, in un battibaleno, e per reazione ti coccoli tuo figlio come se non lo vedessi da una settimana, lo consumi di scherzi e tenerezze. Solo il funerale pieno di musiche e bambini placa un po’ l’irrequietezza, il parroco fa ‘tanaliberatutti!’ con grande saggezza e senso del proprio ruolo. Per fortuna esistono i riti, mi ritrovo a pensare.
Poi non resta che leccarsi le ferite e riprendere il normale tran-tran settimanale. Con le giornate lunghe, dopo cena il piccolo insiste per scendere a “giocare con le bambine”, ovvero giocare in cortile coi figli dei vicini (tutti in età da scuola elementare); pur di vedersi accordato questo svago non succhia il pollice e fa molti meno capricci. Mamma si piazza su una panchina, un po’ legge e un po’ chiacchiera con le bambine, e intanto il nano fa il cercatore d’oro come ha visto alla TV (dai nonni), trova pepite inventa storie, e non fa scenate all’ora di rientrare perché sa che se è buono stasera, si guadagnerà un’altra uscita domani. Ragionevole ed alto oltre un metro: non lo riconosco più.

Visioni dal finestrino

sabato, febbraio 15th, 2014

Panda on the trainE’ uno di quei periodi così, quando la tua vita sembra fatta di tante scene viste dal finestrino di un treno, inquadrature che sfuggono una dopo l’altra: succede di tutto, ma non fai in tempo a fissare i ricordi che stai già passando ad altro. Provo a buttar giù qualcuna di queste scene, per non dimenticare – che è poi il senso di questo blog.
Il babbo ha ripreso le sue assenze per lavoro. A volte viaggi in giornata, che riesci a vederlo dieci minuti la sera prima di strisciare a letto; altre volte viaggi di vari giorni, in viva voce sul cellulare la mattina a colazione, e poi la sera dopo cena mentre col pupo guardiamo la candela accesa nel salotto oscurato. Questa della candela è venuta fuori a me per caso, ma istigata dal pupo ed è diventata il nostro rito obbligatorio: le sere che manca papà si accende una candela, fosse anche per soli due minuti, mentre lo chiamiamo al telefono. Poi il pupo spegne la cendela, intinge felice il dito nella cera calda e va a dormire più sereno.
Mamma da parte sua, visto che le avanzava tempo (ah ah ah ah ah!), durante l’inverno ha iniziato a tradurre un romanzo cinese di Kungfu, così per ghiribizzo e senza un fine specifico nell’immediato, se non la voglia di condividere con chi mi circonda qualcosa che amo molto. Un romanzo in quattro volumi da 1200 pagine, dimensioni da Fratelli Karamazov, che a volerlo tradurre tutto finirò a 70 anni, credo. Ma son dettagli: il solo avere qualcosa sul quale spremermi le meningi, sia in cinese che in italiano, è stato uno straordinario toccasana in questi mesi di puro delirio lavorativo. Che il delirio continua, quindi quattro tomi fanno anche comodo – ce ne sarà bisogno.
Per quanto riguarda appunto il lavoro, la situazione è cambiata così tante volte in pochi mesi, ed è tuttora così traballante, che mi son giurata di scriverne con dovizia di dettagli solo quando si saranno assestate le cose. O solo quando avrò trovato un altro lavoro, e potrò scriverne con la serenità di chi non ci sarà.
Infine il pupo. Ormai un ometto, continuiamo la guerra quotidiana col suo dito in bocca. Durante Natale ho provato a spalmargli sul dito, di notte finché dormiva, un apposito preparato puteolento; il gioco ha retto perché da mesi gli dicevo: guarda che quando diventi grande il gusto cambia, e non sarà più buono. Ma è stata un’illusione durata pochi giorni, ha presto scoperto che la notte a forza di ciucciare il saporaccio passa. Se non altro si è abiutato a non ciucciare il dito di giorno, quando se gli scappa in bocca e lo rimproveri – o lo minacci – rinuncia volontariamente. Vista la cocciutaggine ora stiamo tentando con la guerra psicologica: la bici con i pedali la usano solo i bambini grandi, a Gardaland possono entrare solo i bambini grandi, e i bambini grandi non ciucciano il dito quando dormono. In qualche modo si dovrà fare, o quella Signorina Rottermeier che è la sua pediatra segherà le gambe sia a me che a lui!
Nel frattempo in disegno restiamo fermi al girino, musica e ginnastica gli piacciono da matti, e quasi ogni giorno c’è qualche novità dal mondo violento: una forchettata sulla guancia, un graffio vicino all’occhio, un morso, un non-lo-sapremo-mai. Tre bambini violenti in classe: col più grosso ormai alterna l’amore e l’odio – almeno si stanno scornando fra titani, segno che a suo modo un dialogo è in corso – gli altri li ignora o li sopporta poco, ormai stufo di segnalarne le malefatte a ‘ste povere maestre, che senza gabbiette a disposizione fanno fatica a tenerea bada la masnada di vittime e carnefici. Ma dopo le scene a colazione ed i piagniucolii per scendere dalla macchina, alla fine mi va a scuola saltellando, e quando entra lo conoscono tutti, lo salutano anche i bambini delle altre classi perciò ne deduco che gli piace andare a scuola, e che ci sta bene.
Poi se deve mettersi le scarpe da solo qua a casa, ulula strepita si dispera come se tu lo stessi squartando; ma questa è un’altra cosa.
A casa piuttosto approfondisce tematiche a lui care: i mai tramontati lavori agricoli, ed i vulcani sua nuova passione. Ormai conosciamo a memoria la puntata di Ulisse “La furia dei vulcani”: è come se il Krakatoa fosse un posto qua vicino, e le nubi piroclastiche un fenomeno che puoi vedere dalla finestra. Poi quando sabato sera provi a fargli vedere un lungometraggio animato, o il primo film di Harry Potter, parte una sirena di pianti ed urla che se passa un’assistente sociale ci toglie la creatura, immaginando chissà quali irripetibili sevizie; perché tutto ciò che non è Trattorino Rosso o un documentario – sui mietitrebbia, sui vulcani, sugli ingranaggi/riduttori/orologi – è IL MALE.

Sovrastruttura

venerdì, novembre 15th, 2013

white collar pandaTorda. Tonta. Babbiolona.
Si insomma, mamma quando vuole è anche simpatica, ma mi sembra un po’ troppo succube rispetto alle figure di autorità. Se l’oculista dice che sono cecàto, devo proprio mettere gli occhiali? Se la maestra dice che sono zero autonomo nel vestire, devo proprio far la fatica di imparare a vestirmi?
Voglio dire mamma, guardami: ho due begli occhioni espressivi, sono piccolo e morbidino, non ho neanche tre anni e mezzo… alla mia età ci vuole fango giochi e felicità, ma non li vedi i cartoni di Peppa Pig? Forse che Peppa porta gli occhiali? Forse che il suo fratellino viene stressato perché si vesta da solo? Non so, che manca?, vuoi iscrivermi ad un corso di violino? O peggio ad un corso di dizione, visto che dico ‘cazzatore’ al posto di ‘cacciatore’, e ‘pessare’ al posto di ‘pescare’?
Per fortuna che almeno non vengo stressato sul disegno. “E’ fermo al girino” ha sentenziato la maestra, spiegando che il girino è lo stadio espressivo dei due anni; ma poiché mio babbo a sua volta è sempre stato un cane in disegno, almeno in questo caso mamma non si è allarmata, ma ha ribattuto “Beh aspettatevi pure girini per tutto quest’anno”. O rischiavo di venire iscritto a ripetizioni di disegno già in prima Materna!
Però un po’ la capisco, la mamma, perché anche io piano piano mi sto lasciando riprogrammare da queste maestre. Per andare in bagno c’è un protocollo ferreo, la pipì la si fa sempre da seduti – anche i maschi – stando bene attenti che il ciccio sia giù, in modo da non fare zampilli a gittata lunga tipo putto della fontana. Io sto diventando bravino, tanto che anche a casa quando mi siedo sul vasino mi ripeto come un mantra “Cicciogiù”, e controllo bene che sia così, e chiedo anche conferma alla mamma. Poi però quando siamo in giro mamma o papà mi chiedono di fare la pipì in piedi, ed io divento matto, ma non lo sanno che NON SI PUO’?! Lo hanno detto le maestre! Perciò ogni volta mamma si arrabbia, mi prende a panino e mi fa fare la pipì sospeso, “come la fanno le bambine” dice lei. Ma a me che mi frega, in questi casi le spiego che anche io sono una bambina, purché non mi faccia fare la pipì in piedi. Sono Elia, mia sorella Elia – non vedi?
Cosa? Le bambine a questa età sanno tutte già vestirsi da sole? Per carità mamma, sono un maschio.

Sniff sniff

martedì, luglio 30th, 2013

passano le stagioniE così i primi due anni di Nido sono andati. Puff! Domani dovrò salutare le maestre: come faremo senza di loro?
Sono state brave maestre non solo per il piccolo, ma anche per noi: tipo quando pensavi che tuo figlio fosse psicopatico / isterico / ritardato / violento, bastava una parola con la maestra e ridimensionavi tutto, capendo che i pupi in fondo sono così, vanno a periodi. Le maestre del Nido sono proprio bravissime, come faremo ad abituarci alle maestre della Materna? Le immagino come tante Signorine Rottermeier, brrr…
Già, la Materna. La mamma di un ex compagno di Elio, Ruggero, che ha iniziato la Materna l’anno scorso, mi ha spiegato che a fine Agosto riceveremo via posta La Convocazione, ovvero l’invito alla riunione preparatoria – che si svolgerà solo una settimana prima l’inizio lezioni! In quella sede ci verranno comunicate:
– date dell’anno scolastico
– modalità dell’inserimento nuovi iscritti
– materiali personali del piccolo da reperire/organizzare in quei pochi giorni
– orari della struttura. Tipo la mamma di Ruggero, che l’aveva iscritto l’anno scorso per questione di orari, non sa se nell’anno a venire gli orari verranno mantenuti – ci sono le risorse? – e lo scoprirà solo una settimana prima dell’inizio scuola. Se accetteranno i pupi solo dopo le 8 del mattino che dovrà fare, cambiare lavoro?!
Insomma benvenuti alla Materna, altro che l’organizzazione svizzera del Nido…
Un altro “Sniff!” va alla mia insegnante di Taichi, che è approdata in Cina per la prima volta in vita sua. Per lei è una grande avventura, e per me un grande intorcolamento di budella, che in Cina non ci torno ormai da cinque anni – abbastanza per non riconoscere più i posti dove hai vissuto, dati quei ritmi forsennati di evoluzione urbanistica. Cerco di affogare la nostalgia nei romanzi di kungfu (il genere wuxia), da una parte spiacendomi che la mia insegnante non sappia il cinese, e non possa quindi leggere queste meraviglie, e dall’altra meditando che se mai mi troverò a casa disoccupata, mi metterò a tradurre questa roba in italiano: in fondo i libri sono molto più interessanti dei film che ultimamente van tanto di moda.
E così mi è venuta voglia di essere disoccupata, e di mandare a quel paese il mio lavoro del piffero; ma forse non ci sarà neanche bisogno di scelte drastiche, più probabile che ci coleremo a picco da soli. Probabilmente avrò giusto il tempo di terminare il romanzo (son pur sempre quattro volumi), e mi ritroverò tutto il tempo per tradurlo!

Festa della mamma by Laverda

domenica, maggio 12th, 2013

a casa di FrankMalgrado le previsioni, finalmente una domenica di bel tempo: carica presto il pupo in auto, che si va a Marostica a vedere il castello. Sole, scarpinate, gelati e tranquillità: una gran bella mattina. Stiamo tornando quando vediamo via-vai davanti ai cancelli della Laverda, il mito di mamma – un produttore locale di macchine agricole, quella splendida distesa di mietitrebbia parcheggiata nello smisurato cortile aziendale. “Vuoi vedere che si può visitare lo stabilimento?”, ci diciamo col babbo, bava alla bocca. Ci fermiamo ma stanno chiudendo, riapriranno alle 15. A casa.
Ma ormai il pupo ha il tarlo di Frank, il mietitrebbia di Cars – ne è attratto come da tutto quello di cui ha paura – e dopo pranzo col cavolo che vuol dormire:”Andiamo a trovare Frank!”, continua a chiedere mentre saltella da una stanza all’altra. E andiamo a trovare ‘sto Frank, in fondo è un’occasione che capita solo ogni due anni, e poi mamma ha sempre sognato di presentare il curriculum a questa azienda, peccato sia lontana da casa.
E così l’ignara famigliola si avvia per il turno pomeridiano di visita in Laverda, aspettandosi la scena del mattino – qualche auto e tranquillità domenicale. Ci troviamo piombati in una ressa d’auto da Fiera del Soco, gente che parcheggia nelle vie parallele, nelle strade di campagna, a momenti dentro ai fossi, il pur grande parcheggio aziendale strapieno – perfino la Diesel sullo sfondo pare piccola piccola… Dentro il delirio: bambini, bambini, bambini, tutti in coda nervosa per salire sui mietitrebbia esposti in showroom – due macchine complete, una storica tutta manuale del ’58, e una cabina per le simulazioni – mentre nel cortile centrale puoi ammirare altri Frank in mostra, ed uno in movimento (chi lo sapeva che potessero fare tutte quelle cose?, pareva un’astronave di Guerre Stellari). Infine la coda per visitare la Produzione, quei biscioni di gente che trovi solo davanti ai Musei Vaticani, purtroppo impraticabili se devi inseguire un nano di neanche tre anni, che ha saltato il pisolo pomeridiano.
La visita quindi si è svolta così: pupetto semi-isterico che fa la fila per salire su un mietitrebbia, e quando scende (costretto a forza dal genitore) si rimette in fila per un altro mietitrebbia; fra una fila e l’altra corsa autarchica fra la folla, genitore pigliami se ti riesce! Durante la coda, svariate scene di protesta perché ad ogni bimbo che scende tocca a lui – no amore, vedi siamo dietro a questo con la maglia blu, quando scende lui solo allora tocca a noi. Babbo paziente ed impeccabile malgrado le incazzature, e gran placcatore. Mamma disperata trascorre il pomeriggio ad inseguire la creatura con cose in mano – banane, yogurt, tartine – sperando che un po’ di cibo lo faccia tornare in sé, di solito funziona; ma l’unica tregua è durata solo un’oliva ascolana.
Sì, perché oltre ad aver reso disponibile lo splendido e nuovissimo showroom, il museo, i cortili e lo stabilimento produttivo per l’occasione “Fabbriche Aperte” (http://www.turismoindustrialevicenza.it/html/news/dettaglio.php?idNews=117), la Laverda regalava pure un omaggetto ad ogni visitatore, ed offriva un buffet – chiaramente preso d’assalto da cavallette grandi e piccole. Ce ne siamo andati alle 17:30, quando finalmente il nano semi-svenuto dopo la quarta (la quinta?) mietitrebbia, e la dichiarazione “Taglio le persone” mentre era in cabina, si è lasciato portare a casa; ma a vedere il via-vai di gente, e le macchine che ancora arrivavano a quell’ora, penso che in Laverda abbiano chiuso i cancelli solo alle 20, cacciando la gente con la forza… Mi sa che perfino al negozietto aziendale non sia rimasta una sola maglietta da vendere!
Stringe il cuore essersi persi la visita alla Produzione, ma che dire, ce lo segniamo su Google Calendar e fra due anni ci saremo! (la mattina, stavolta) Una gran Festa della Mamma, non c’è che dire.