Tana dei Panda

bambini si nasce, panda si diventa

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Nostalgia per i demogorgoni

venerdì, ottobre 16th, 2020

Dopo quattro settimane di convalescenza, il rientro al lavoro.
Il mio rientro dall’ospedale è coinciso con l’uscita dell’ultimo giallo della Galbraith: un libro provvidenzialmente lungo, che fra un pisolo e l’altro ho impiegato due settimane a leggere. Molto meglio di una anestesia, e difatti malgrado il drenaggio sempre appresso non ho mai sentito alcun dolore fisico.
Una volta tolto il drenaggio, il corpo ha iniziato a farsi sentire e l’incanto è finito. Il dolore però aiuta a capire con che forze e in che modo riprendere una vita normale, quindi pur continuando ad avere i genitori per casa a dare una enorme mano – spesa, pasti, lavaggio piatti, gestione biancheria – ho ripreso a vivere. A quel punto il libro giallo era finito, e ho iniziato un altro tipo di anestetico: ogni giorno una puntata di Stranger Things, prima e seconda serie. Io che mi lascio impressionare da tutto ho trascorso due settimane in uno stato semi-onirico di agitazione, e ogni giorno a fine puntata mi si svuotava l’intestino per la tensione; da tenerne conto, se in vecchiaia dovessi iniziare ad avere problemi di intestino pigro.
Alla quinta settimana gli anestetici erano finiti e sono rientrata al lavoro. Spaesamento, fatica fisica, la stessa disorganizzazione cronica che avevo lasciato, relazioni umane complesse fra colleghi stupendi e colleghi iene che ti pugnalano col sorriso. E immersa in quella complessità, chi l’avrebbe mai detto, fin dal primo giorno ho iniziato a provare fitte di nostalgia per i demogorgoni, specialmente per la versione demo-cani della seconda serie – fan quasi tenerezza. Mi è sembrato che perfino un demogorgone fosse una creatura onesta e apprezzabile, con la quale si può discutere, al confronto di certi colleghi paraculi che occultano la propria disorganizzazione attribuendo tutti i problemi agli altri reparti. Da domani inizierò la terza serie, magari anche solo una puntata a settimana, e mi struggerò dalla nostalgia.

E-mail dall’ospedale

martedì, settembre 15th, 2020

Ciao paperotto,
è il tuo secondo giorno di scuola e sei già a casa col classico ‘mal di pancia’?! Accidenti, spero che la mattina di ieri non ti abbia ricordato che la scuola FA SCHIFO, e che non sia questo il motivo del tuo vomito, ieri sera. È andata così male? Eppure la babysitter mi ha girato alcune foto dal tuo quaderno: hai scritto meravigliosamente!!! Chissà che fatica hai fatto, cucciolo.
Quindi oggi che farai, a casa tutto il giorno coccolato dai nonni e da tuo papà in smart working? Almeno leggi un po’ di Stef e Phere, mi raccomando.
Qua siamo in piedi solo da stamattina, ieri a letto e a digiuno tutto il giorno. In allegato ti mando la foto del mio succulento pranzo – roba cucinata davvero!, niente catering in questo ospedale, sono commossa.
In questi giorni il babbo ti ha letto Tom Sawyer, prima di addormentarti? Mannaggia gli ultimi capitoli sono i più emozionanti, volevo leggerteli io!
Come sta la tua pancia? Ti senti meglio? Spero che domani tu possa rientrare.
Stamattina non mi sono neanche lavata il petto, apposta per farti vedere i segni di pennarello che mi hanno fatto ieri, tipo mappa coi vari tagli del maiale che si vede a volte dal macellaio. La tetta operata però non potrai vederla, è coperta dalle bende e inoltre ha il drenaggio – è una sacca dove si raccoglie il sangue, nei prossimi giorni dovrai stare attento a non sederticisi sopra. Come vi ho scritto ieri, avevi ragione!: mi hanno davvero fatto una X col pennarello (tipo: qui c’è il tesoro) sulla zona di tetta da operare; ma adesso che l’hanno operata non si vede più, restano solo i segni sul lato non operato.
Spero di riabbracciarti presto, è confermato che mi dimetteranno stasera. Tieni conto che devo tenere a riposo il braccio sinistro, quindi potrò abbracciarti solo col destro.
A presto, Memma

Non molto forte, ma incredibilmente vicino

domenica, settembre 6th, 2020

Dopo anni di alti e bassi della suocera, la malattia bussa anche alla nostra porta. Il ricovero è previsto fra una settimana, alla creatura diamo spiegazioni sommarie: mamma non ci sarà per un paio di notti, un piccolo intervento. Il fatto è oscurato dall’imminente inizio della scuola, dalle precauzioni per il coronavirus previste dal dirigente scolastico – poche e vaghe – nonché da un netto peggioramento della suocera, la cui malattia è partita alla conquista del corpo e nessun dottore, a questo punto, sa più come fermarla.
Dopo mesi di meditazioni con me stessa, anche prima che il mio scenario di salute peggiorasse, ero giunta alla conclusione di non essere davvero spaventata all’idea di un mio fine vita, quanto dall’idea del Nano solo soletto, senza una super-mamma a guardargli le spalle – soprattutto per la sua disgrafia e tutto quel che ne consegue. Non riuscivo ad accettare l’idea della malattia, senza sciogliere il nodo dell’angoscia: chi si sarebbe preso cura del bambino?
Certo, ho un marito e qualcosa può fare anche lui. Ma dopo anni di gestione quasi esclusiva – io lo porto a scuola, io lo porto dalla pediatra, io gli compro i vestiti li lavo li stiro, io ogni mattina gli scelgo i vestiti, io gli punto sempre il timer (implacabile) quando usa i videogiochi, io ogni sera controllo il diario e i quaderni per vedere come ha lavorato a scuola, io ogni mattina gli preparo la merenda, io la nazista chiedo e ottengo disciplina, io lo porto dal dentista e dall’oculista, io trovo una babysitter e gestisco i rapporti con lei, io gli cucino, io gli leggo un libro ogni sera prima di dormire – mi manca il fiato al pensiero che possa restare senza tutto questo. Da una parte la vanagloria della mamma che si sente indispensabile; dall’altra penso a un’amica con un caro amico orfano, e con un orfano per secondo marito: sostiene che gli orfani siano diversi, lo senti che hanno un vuoto e senti la loro tensione per il perenne tentativo di colmarlo.
Il tutto è complicato proprio da mio marito: ha già la pressione alta, ed è nipote di un nonno morto d’infarto a 52 anni, mentre andava in bicicletta. Allegriaaaaa!
Qualche tempo fa, infine, il loop delle mie sere angosciate – mi sono arrovellata per mesi! – si è interrotto. Un pensiero folle: faccio testamento, scrivo nero su bianco che in caso sia io che mio marito mancassimo prima dei 21 anni della creatura, nomino quale tutore legale una coppia di amici di famiglia, nostri coetanei, senza figli, assennati e simpatici ma soprattutto dotati di grande affetto umano. E ciò mi basta, perché so che quando c’è l’affetto, poi da là in poi si può costruire qualsiasi cosa.
E così, mi sono fatta trovare preparata agli eventi successivi a quella scelta. Il testamento è pronto, ora finalmente potrò concentrarmi su altro. C’è ancora tanto da fare!

Io ti salverò

sabato, aprile 4th, 2020

Una settimana fa, venerdì scorso, rientro a casa morta di stanchezza e mi ritrovo in mezzo all’Inferno: insulti che volano, urla, capricci dei piccoli e capricci dei grandi, il delirio. La furia congiunta dei due hikikomori dopo una settimana di anarchia, pasti saltati e reciproco disprezzo. Il sabato successivo ho alzato il telefono e chiamato il titolare dell’azienda dove lavoro: o mi prendevo congedo parentale, o iniziavo a lavorare da casa. Per fortuna è stata accordata la seconda opzione.
Non era una concessione così scontata, visto che settimane prima il ns tecnico informatico aveva dichiarato a tutti: non siamo strutturati per poter permettere il tele-lavoro. Io avevo preso atto, ma nelle settimane successive avevo assistito alle defezioni: prima è scomparsa tizia, dopo qualche giorno anche caia ha fatto i bagagli, alla faccia del non essere strutturati. Quindi l’azienda non era strutturata ma per alcuni si, e alla fine ho avanzato anche io la mia richiesta.
Ed ora, eccomi qui. Frastornata dal cambiamento, e in fase organizzativa. Ad esempio la mattina devo impostare il pranzo, così quando stacco nel giro di un’ora riusciamo a mangiare e costringo il pupo a fare due passi con me. Oppure il pane e latte freschi posso prenderli dal fornaio qua vicino, che apre alle 7 – e con l’occasione prendo una ciambella per la creatura. Piccoli aggiustamenti da massaia in smart working, che fa spesa solo al sabato in modo che fino al pranzo del venerdì successivo ce ne sia per tutti, e che per allora il frigo risulti semi-vuoto e pronto per il carico successivo.
Nel frattempo, mentre lavoro e passo ore al telefono in sala da stiro, controllo il pupo. Gli preparo i compiti da fare a inizio mattina, e me li faccio mostrare e li correggo mano mano che li svolge. Gli preparo la merenda. Lo riprendo se so che in quel momento dovrebbe fare matematica, eppure sento le molle del suo letto rimbalzare allegre. Passo la giornata a urlargli, dalla sala da stiro a camera sua (che per fortuna è attigua) cose come:
Cosa stai facendo?
Non dovresti fare questo?
Guarda che ti manca ancora quello, inizia.
Quand’è che finisci la pausa?
Hai finito la pausa, ora fa quell’altro.
In pausa pranzo lo costringo a fare due passi con me, e di nuovo la sera – settimana scorsa aveva perfino smesso di scendere in cortile a giocare. E faccio in modo che mangi sia a pranzo che a cena. Fra tutti questi sforzi e il fatto che le maestre, à la bonne heure!, chiedono di vedere i compiti svolti dai ragazzi, sono certa che gli scatti d’ira e il suo delirio anarchico presto si placheranno. Andrà tutto bene!

Depressione infantile

giovedì, febbraio 22nd, 2018

Urla, strepita, si incazza per piccoli nonnulla, mi insulta, cerca di picchiarmi, in generale trasforma in conflitto ogni contatto quotidiano con me. Sembra un adolescente all’apice della follia ormonale, e invece ha 7 anni. Tutto è franato con la consegna delle pagelle, e il responso definitivo delle maestre: visto che il bambino è stato dalla logopedista senza che fosse rilevato alcun disturbo particolare, ha senz’altro bisogno di un supporto psicologico. Perché in classe segue la lezione solo quando ha voglia, e quando non ha voglia gioca con le penne, guarda il soffitto, non copia quanto viene scritto alla lavagna, non tiene il segno di lettura, non riporta correttamente sul diario i compiti assegnati. Le problematiche sono più acute con la maestra di italiano, mentre in matematica e scienze la mancanza di attenzione/interesse è più rara.
La maestra di matematica e scienze insegna materie con una applicazione pratica immediata ed evidente, esige ragionamento e calcolo, non richiede la scrittura di lunghi componimenti in corsivo. La maestra di italiano predilige i dettati lunghi, infarciti di parole con ortografia complessa e significato oscuro, da scrivere obbligatoriamente in corsivo; richiede l’elaborazione di letture leziose e ammiccanti, tipiche di un’infanzia immaginata dagli adulti, e in generale esige standard di padronanza ortografica ben al di sopra dei test somministrati dalla logopedista. Il pupo ha fatto passi da gigante rispetto ai primi mesi di scuola, ma chiaramente per lui scrivere resta una fatica; sa che non scriverà mai “come una femmina” (ipse dixit, probabilmente non a torto), perciò si sente rifiutato e non all’altezza. Da qui mani spesso in bocca, ricorso frequente al pavimento, attaccamento morboso ai suoi peluche che pure ignorava da un paio d’anni, mentre in classe non risparmia tecniche fantasiose per scantonare la lezione e dimostrare alla maestra che si, ha ragione, sono un perdente. Mio figlio è un adolescente depresso, a sette anni, e io mi torturo senza costrutto né  so come aiutarlo.
In termini tecnici la maestra lo definisce ‘disturbo dell’attenzione’. E’ da inizio d’anno che lo dice, e mi chiama a rapporto, ma non l’ha mai scritto da nessuna parte; perché a scriverlo poi scatta la valutazione Asl, quando la valutazione Asl è prevista solo dalla terza elementare. Traduzione: il bambino non rispetta i canoni di maturità previsti per la terza elementare. Pur di placare la volontà persecutoria della maestra ho acconsentito al supporto psicologico, sperando che la psicologa possa fare da avvocato difensore del bambino nei confronti della maestra; ma la creatura ha preso per tradimento questa mia scelta, e non mi dà più tregua. Stritolata dal lavoro durante le mie otto ore, e stritolata dall’astio del bambino prima e dopo il lavoro, credo che fra qualche mese schiatterò. E non posso neanche permettermi una scenata di sfogo, di quando in quando, perché le fa già tutte lui – ogni weekend diventa un inferno sulla terra solo per fargli fare due compiti.
Languo, mentre osservo impotente mio figlio che si trasforma nella parte peggiore di sé.

Il giunco si piega ma non si spezza

martedì, novembre 14th, 2017

‘Sto cazzo di giunco… ma come farà a non spezzarsi mai? Chissà se anche lui è femmina, e affronta i classici problemi del caso:
1) lavoro nuovo, otto ore al giorno, in settore nuovo di pacca dove bisogna imparare quasi tutto. E dove essendoci un’organizzazione da azienda artigianale, nessuna sa cosa significhi la parola ‘organizzazione’ e i flussi di informazioni sono tutti gelosamente custoditi nelle teste dei vari colleghi.
2) mal di schiena ricorrente da vecchiaia che avanza.
3) maestre in fibrillazione. La creatura in classe si distrae facilmente, commette tanti errori; che sia disgrafico?, che abbia problemi di apprendimento?, che sia semplicemente più furbo che santo? Chiaro a tutti è che scrive come una gallina. Ma insomma, ha sputato sangue per imparare lo stampatello l’anno scorso, era contento di iniziare la seconda elementare, ma ecco che deve cominciare da capo col sangue per imparare il corsivo; detta fra noi, c’è da capirlo. Le maestre intanto invocano gli psicologi, la risonanza magnetica al cervello, la mano bionica, insomma dopo un mese di scuola già lui – ed io di conseguenza – veniamo messi in croce perché la performance non rientra nei parametri previsti da ‘o sistema (scolastico). Dopo un mese un colloquio, dopo un altro mese un altro colloquio, non so più cosa pensare.
4) l’unica serata libera che ho, funziona così: porto il bambino a casa, preparo la cena e tavola per lui e marito, metto su una lavatrice; il marito passa la porta, io schizzo fuori per arrivare in tempo alla mia ginnastica, sudo e mi impegno, poi torno a casa, porto fuori la spazzatura, mangio, lavo i piatti, stendo la biancheria, preparo la tavola per la colazione del giorno dopo, infine ore 23 avanzate mi lavo e striscio a letto. Ed è solo lunedì.
Per fortuna la baby-sitter è molto brava, sa gestirsi il pupo, è affettuosa, e ha uno splendido gatto. Almeno un punto di riferimento.

Due + uno fa tre…

venerdì, luglio 21st, 2017

lord of pandas and princess…della babysitter sono il re!
Ora, credo sia ormai palese a tutti che mia mamma è cattiva. Era a mia disposizione ogni santo giorno – a fine lezione finché andavo a scuola, a fine centro estivo quando è finita la scuola – quando di punto in bianco è tornata al lavoro. No no, bellina, non si fa. Non è giusto. E’ cattiva.
In cambio, Ada è buona. E’ anche ‘bbona, a dirla tutta – non mi formalizzo mica se ha quasi cinquanta anni più di me. Mi viene a prendere ogni giorno, mi porta a casa sua, si prende cura di me con mezzo bicchiere di Coca Cola e una ciotola di pop-corn, gioca con me, finché mamma non stacca dal nuovo lavoro e passa prendermi a casa – “Sei cattiva!” le dico appena passa la porta. Con Ada faccio pure i compiti senza dare (troppo) fastidio. D’altra parte, Ada ha un figlio adolescente e una gatta morbida e bellissima: perché mamma non mi ha mandato prima in un tale paradiso?!
Il figlio di Ada si chiama Carlo. Qualche giorno fa il papà di Carlo è passato a prenderlo per fare un giro; infatti figlio e padre non vivono assieme, Ada è separata. Quindi, se ci si può separare, come mai mamma e papà stanno ancora insieme? Ogni tanto quando mamma e papà non sono d’accordo su qualcosa chiedo a mamma: quindi ora lo lasci? Sarebbe buffo se si lasciassero – basta che io possa continuare a vivere con entrambi per vedere che succede.
Io avevo chiesto una babysitter ventenne con gli shorts, ma in fondo Ada mi piace quindi va bene così. Però mamma è cattiva, che non mi ha esaudito, e anche perché oltre ai libri per le vacanze (pieni di esercizi da babbei) mi costringe ogni giorno a leggere due paginette sugli animali. Ormai so tutto su corteggiamento, piume e alimentazione, che non devo farlo sapere ai miei amici o mi tratteranno da sfigato. Mamma ha pure ripreso a farmi la ginnastica per la lingua: dice che la mia S certi giorni è orrenda, e poi mi fa fare l’esercizio ‘fungo’ per spingere in avanti i denti sopra. Due palle. Mi tocca obbedirle, o mi lascia a pane e acqua – altro che pop-corn e Coca Cola! Mamma è proprio cattiva. Devo chiedere ad Ada se le piace leggere ad alta voce il Signore degli Anelli, che in caso mi trasferisco per sempre da lei.

Un anello per domarli

mercoledì, aprile 26th, 2017

panda prisonerE’ tutto iniziato mesi fa, a fine inverno: eventi estranei uno all’altro si sono incrociati con sincronia stupefacente. Da una parte, a fine Febbraio l’azienda dove lavorAVo (sottolineo il tempo imperfetto) si è trasferita, dilatando i miei tempi di viaggio casa/lavoro da venti minuti a un’ora. Nel frattempo i medici hanno trovato un tumore a mia suocera quindi vai di controlli, operazione e infine terapia. Quindi mentre io maturavo l’intenzione di presentare le dimissioni causa incompatibilità vita-lavoro (c’è già mio marito che lavora lontano), si è resa necessaria la mia presenza in famiglia per andare a prendere il bambino a scuola, e stare con lui nelle ore successive. La classica storia italiana della donna tappabuchi.
Non mi era mai successo prima di avere il bambino tutto per me. Mi sono scontrata con una creatura prepotente, presuntuosa, cocciuta, e volitiva per il solo gusto di esserlo: in poche parole un bambino viziato. Queste le tecniche applicate per cercare di rivoltarlo come un calzino:
– lo faccio contento portandolo al parco, in modo che possa frequentare altri bambini (quando stava dai nonni era sempre e solo coi nonni), e capire che in fondo ne vale la pena di diventare grandi. Per lo stesso motivo, organizzo quando possibile – tutti gli altri bambini fanno sport due o tre volte alla settimana! – incontri mirati con amici o vicini o compagni di scuola.
– lo costringo a fare merenda entro le ore 17, altrimenti salta; e l’entità della merenda è da merenda, non da pasto principale. Risultato: finalmente ha iniziato a farmi cene abbondanti e regolari, e non può più usare la merenda come scusa per evitare i compiti (ho visto cracker spezzettati in dimensioni molecolari pur di temporeggiare).
– possibilmente andiamo a fare i compiti in biblioteca. La creatura non osa applicare in luogo pubblico le sue consuete tecniche per evitare i compiti, come urlare strepitare e insultare, andare in un’altra stanza, temporeggiare millantando fame/sete/cacca/pipì/prurito alla testa/fastidio agli occhi/male al ginocchio, fare piroette intorno alla scrivania o contorcersi sulla sedia. Torniamo a casa con pile di libri che poi non legge (gialli di Scooby Doo, libroni fotografici su Il Signore degli Anelli), ma intanto si abitua al gesto di cercare e prendere i libri, e almeno i titoli dei capitoli a volte se li legge.
– visto che in prima elementare i compiti sono un impegno più che altro simbolico, se non ha sprecato l’intero pomeriggio nel farli lo porto di nuovo in qualche parco.
– se a scuola ha lavorato male, nel pomeriggio si cancella, si riscrive e si corregge tutto quello in cui ha mancato in classe.
– se torna da scuola con quaderni accettabili e non fa capricci per fare i compiti e i compiti li fa benino, sa che dopo cena potrà vedere un paio di cartoni.
– se nel fine settimana fa i capricci per fare i compiti, resta segregato in camera sua finché non ha finito.
– con i compiti si arrangia: vediamo cosa c’è da fare, poi mi allontano e mi chiama solo quando ha finito o quando ha dei dubbi. Ho visto che più gli sto lontano, meno si innervosisce.
– quando gli propongo qualcosa (1) o lo accetta, o se chiede dell’altro (2) sa che riceve zero (0). Esempi: “Vieni in bagno grande che ti faccio la treccina”, e lui “No in bagno blu!”, quindi niente treccia. “Prendi pure l’iPad e guardati un cartone qui in cucina”, e lui “No in salotto!”, allora salta i cartoni. “Siamo comodi per andare al parchetto dietro casa, che ne dici?”, “No voglio andare al parco in centro!”, quindi niente parco. E’ una disciplina estenuante, ma spero che prima o poi la smetta di proporre alternative per partito preso.
Probabilmente gli abbiamo concesso troppa libertà di scelta negli anni scorsi, abitudine che ci porta a litigare per questioni che NON sono scelte tipo: “Quando fai i compiti sul libro, ricordati di usare solo la matita”, e lui “No voglio usare la penna!”.
Il primo quadrimestre ci era bastato un piccolo premio settimanale per incentivarlo a impegnarsi a scuola, e a non fare capricci arbitrari la mattina; mentre la punizione classica era portare i suoi giochi preferiti ‘in ferie’ in cantina, o sequestrargli l’iPad – salvo poi dimenticare dove l’avevo messo. Ma qualche mese fa (in coincidenza con la malattia della suocera?, non lo sapremo mai) è cascato il palco: il pupo ha smesso di farsi attrarre dagli incentivi e ha iniziato a misurare – sic – di quante gratifiche riesce a fare a meno, a quante punizioni riesce a sopravvivere, aumentando nel contempo la frequenza dei comportamenti regressivi (mangia con le mani, si stende sotto al tavolo dopo mangiato ecc). Finché a inizio Aprile sono stata richiamata dalle maestre e a quel punto, approfittando della disoccupazione – mai fu più tempestiva! – ho provato ad applicare metodi ferrei. Se son panda, fioriranno.

Traguardi

mercoledì, marzo 2nd, 2016

panda-runIl pupo cresce. Mi sembra ancora incredibile: è stato promosso dalla logopedista e abbiamo quindi finito il nostro via-vai settimanale. Ora non avrò più scuse per prendermi quelle tre ore di permesso dal lavoro; spero di non diventare un’isterica esaurita, senza quel piccolo polmone di libertà che mi spezzava la settimana. Ci resta comunque da fare una ginnastica quotidiana, per correggere quella tremenda S dentale che lo fa parlare come Duffy Duck, e per abituargli la lingua a stare in posizione un po’ più adulta, sul palato. Per quanto riguarda la R arrotata, che ha imparato benissimo, una mini-figure Lego alla settimana si è rivelata lo sprone sufficiente per fargliela usare ogni giorno, il più possibile tutto il giorno.
Grazie alla logopedia la sua pronuncia è molto più chiara, a scuola chiacchiera a raffica e si concede battute di spirito con le quali fa ridere tutti. Le maestre lo vedono molto cambiato, più partecipe e sicuro, ed è tutto fiero – ma cerca di non darlo a vedere – quando gli fanno i complimenti per la bella R.
Questa nuova disinvoltura sembra in cambio averlo precipitato in una specie di pre-adolescenza – a cinque anni?! Poiché nei giorni lavorativi siamo quasi sempre io e lui, lui ed io, col babbo che dorme fuori anche due o tre notti alla settimana o che torna solo alle 20 – 20:30, durante la settimana tutto sommato ce la passiamo, la ginnastica della lingua la fa senza farsi pregare, gli leggo libri e stiamo assieme, ma per contro ora del w-end partono le recriminazioni:
“Vuoi decidere sempre tutto tu!”
“Sei cattiva!”
“Lasciami in pace! Finiscila!”
Basta una parola perché lui risponda in tono astioso, come un vecchio intollerante verso la moglie dopo cinquanta anni di matrimonio. A volte è proprio comico, altre volte mi viene voglia di lanciarlo dalla finestra. Suppongo che durante la settimana lui sia incasellato nella routine, e quindi più prono ad accettare un certo tipo di disciplina; quando però nel w-end la presenza del babbo spezza l’equilibrio di rigore e dà un fulgido esempio di svacco maschile, il pupo si imbizzarrisce e agogna anche lui alla sua personale versione di ‘mi chiudo in cesso per ore con l’iPad senza curarmi del mondo’ (e specialmente di me).
Nel frattempo io faccio spesa, pianifico e cucino i pasti, lavo stendo stiro, tengo le public relations con le altre mamme di scuola, firmo avvisi e seguo le attività scolastiche, tengo le public relations coi suoceri che tengono il bambino dopo scuola (mentre il loro figlio diretto, padre del bambino, si fa una dose cospicua di cavoli propri), mi informo e giro per l’iscrizione alle scuole elementari. Ah, ho pure un lavoro di quaranta ore settimanali, ora che ci penso. Insomma se non avessi quella mia unica e privatissima serata libera alla settimana per fare Taichi, credo che in casa farei una strage. Ma non so se vedrò tutta intera la fine dell’inverno, a dire il vero, con due asini da tirare e spronare affinché facciano il loro nel w-end. Staremo a vedere.

Maggiociondoli, lillà, paulownie e tigli

lunedì, maggio 5th, 2014

flower pandaQuest’anno il tempo mi ha proprio piallato. Ricordo che erano appena fiorite le peonie, quei cespugli discreti dai fiori pastello, quando un momento dopo è esploso il colore: maggiociondoli (in Aprile!, alla faccia del nome), lillà, glicini e rose. Da una settimana è il turno delle paulownie, con quella loro aria da giganti buoni che vegliano sui dintorni; e i tigli hanno i fiori pronti, col fischio che aspetteranno Giugno per invadere l’aria col loro profumo d’estate.
O è la stagione ad essersi accavallata in un periodo più breve del solito (in ditta abbiam venduto fiumi di antistaminici), o sono io che fra malattie&co ho perso di vista lo scorrere del tempo. Quella che a Marzo era stata un’influenza, con Aprile è diventata bronchite; vai di antibiotico ed ulteriori assenze dal lavoro, col pupo che partiva la mattina e tornava la sera dopo le 21 dichiarandomi “Ti voglio bene”, da quanto poco mi vedeva. Ora di Pasqua spunta fuori una vecchia conoscenza, l’eritema nodoso: dagli anche di cortisone. Le disgrazie sembravano non avere fine. Per fortuna avevamo già programmato una settimana di ferie, e complici le brutte previsioni del tempo ci siam piazzati a Belluno, dagli altri nonni; non so se si stia meglio in un hotel a 4 stelle o in casa da propria mamma, a fare poco e niente.
Mentre cercavo di farmi una ragione che fosse già fine Aprile – che fine aveva fatto il tempo? – il Nano giocava col cugino che ormai fa la terza elementare. Da allora ragiona di più e meglio, gli ha fatto bene la compagnia di un bambino più grande.
Infine siamo tornati alla vita normale. Immaginavamo una settimana leggera visto il ponte del 1° Maggio, invece lunedi esplode la bomba: molla l’ufficio e corri a scuola, il distretto sanitario deve somministrare un antibiotico a tutti i bambini, c’è stato un caso di meningite. Recupero il bambino (che si evita la profilassi essendo stato in ferie nella settimana del possibile contagio), faccio spesa, mollo il pupo al nonno e vado ad un colloquio di lavoro; torno a stra-ore, prelevo il pupo e finalmente si rientra a casa. Solo dopo aver addormentato il pupo mio marito mi rivela che la compagna di scuola ammalatasi di meningite, è già morta. Non chiudo occhio tutta la notte.
Dài i nani per scontati, ma è vero di punto in bianco potrebbero non esserci più; è vero, ma meglio non pensarci. Pensi che la morte è più difficile da accettare qui, dove un buon tenore di vita la rende più rara e quasi invisibile, e dove c’è un enorme investimento di forze ed emozioni sui pochi bambini circolanti. Ti racconti che deve essere più facile per una donna del terzo mondo, se hai sei o sette figli fa niente se ne perdi uno per strada; ma suona una palla micidiale. Il fatto è che non ti capaciti come una pupetta bionda e simpatica possa essersene andata così, in un battibaleno, e per reazione ti coccoli tuo figlio come se non lo vedessi da una settimana, lo consumi di scherzi e tenerezze. Solo il funerale pieno di musiche e bambini placa un po’ l’irrequietezza, il parroco fa ‘tanaliberatutti!’ con grande saggezza e senso del proprio ruolo. Per fortuna esistono i riti, mi ritrovo a pensare.
Poi non resta che leccarsi le ferite e riprendere il normale tran-tran settimanale. Con le giornate lunghe, dopo cena il piccolo insiste per scendere a “giocare con le bambine”, ovvero giocare in cortile coi figli dei vicini (tutti in età da scuola elementare); pur di vedersi accordato questo svago non succhia il pollice e fa molti meno capricci. Mamma si piazza su una panchina, un po’ legge e un po’ chiacchiera con le bambine, e intanto il nano fa il cercatore d’oro come ha visto alla TV (dai nonni), trova pepite inventa storie, e non fa scenate all’ora di rientrare perché sa che se è buono stasera, si guadagnerà un’altra uscita domani. Ragionevole ed alto oltre un metro: non lo riconosco più.