Tana dei Panda

bambini si nasce, panda si diventa

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Ho imparato

domenica, settembre 13th, 2020

Ho imparato a ballare il Sirtaki. Batto il tempo col piede, anche se solo col sinistro. So scendere le scale al contrario. Sto su una gamba sola, saldo e sicuro come un fenicottero – più o meno. Scrivo in modo sempre stentoreo, ma comprensibile, e ora che ho capito come si tiene una penna in mano riesco perfino a vedere quello che ho scritto, e a correggermi l’ortografia. Sto imparando a mettere in ordine i pensieri, per poter descrivere persone o luoghi. Sto perfino studiando come si fa a saltare la corda – ma non saprei dire se lo imparerò mai, ne dubito. In cambio ho aiutato mamma a fare il budino, per mescolare giravo il polso come ora faccio con la penna, e mamma si è sdilinquita; come si sdilinquiscono facili, ‘ste mamme.
Domani inizia la scuola: sono super contento di tornare a stare coi miei vecchi compagni di classe, ma dovrò diminuire le mie visite alla Maestra Lidia, io sarò più impegnato e lei pure, inizierà a seguire anche altri bambini. Ma sono stati mesi di grandi soddisfazioni, non voglio assolutamente smettere di vederla. La Maestra Lidia è davvero una pro!!!

Non molto forte, ma incredibilmente vicino

domenica, settembre 6th, 2020

Dopo anni di alti e bassi della suocera, la malattia bussa anche alla nostra porta. Il ricovero è previsto fra una settimana, alla creatura diamo spiegazioni sommarie: mamma non ci sarà per un paio di notti, un piccolo intervento. Il fatto è oscurato dall’imminente inizio della scuola, dalle precauzioni per il coronavirus previste dal dirigente scolastico – poche e vaghe – nonché da un netto peggioramento della suocera, la cui malattia è partita alla conquista del corpo e nessun dottore, a questo punto, sa più come fermarla.
Dopo mesi di meditazioni con me stessa, anche prima che il mio scenario di salute peggiorasse, ero giunta alla conclusione di non essere davvero spaventata all’idea di un mio fine vita, quanto dall’idea del Nano solo soletto, senza una super-mamma a guardargli le spalle – soprattutto per la sua disgrafia e tutto quel che ne consegue. Non riuscivo ad accettare l’idea della malattia, senza sciogliere il nodo dell’angoscia: chi si sarebbe preso cura del bambino?
Certo, ho un marito e qualcosa può fare anche lui. Ma dopo anni di gestione quasi esclusiva – io lo porto a scuola, io lo porto dalla pediatra, io gli compro i vestiti li lavo li stiro, io ogni mattina gli scelgo i vestiti, io gli punto sempre il timer (implacabile) quando usa i videogiochi, io ogni sera controllo il diario e i quaderni per vedere come ha lavorato a scuola, io ogni mattina gli preparo la merenda, io la nazista chiedo e ottengo disciplina, io lo porto dal dentista e dall’oculista, io trovo una babysitter e gestisco i rapporti con lei, io gli cucino, io gli leggo un libro ogni sera prima di dormire – mi manca il fiato al pensiero che possa restare senza tutto questo. Da una parte la vanagloria della mamma che si sente indispensabile; dall’altra penso a un’amica con un caro amico orfano, e con un orfano per secondo marito: sostiene che gli orfani siano diversi, lo senti che hanno un vuoto e senti la loro tensione per il perenne tentativo di colmarlo.
Il tutto è complicato proprio da mio marito: ha già la pressione alta, ed è nipote di un nonno morto d’infarto a 52 anni, mentre andava in bicicletta. Allegriaaaaa!
Qualche tempo fa, infine, il loop delle mie sere angosciate – mi sono arrovellata per mesi! – si è interrotto. Un pensiero folle: faccio testamento, scrivo nero su bianco che in caso sia io che mio marito mancassimo prima dei 21 anni della creatura, nomino quale tutore legale una coppia di amici di famiglia, nostri coetanei, senza figli, assennati e simpatici ma soprattutto dotati di grande affetto umano. E ciò mi basta, perché so che quando c’è l’affetto, poi da là in poi si può costruire qualsiasi cosa.
E così, mi sono fatta trovare preparata agli eventi successivi a quella scelta. Il testamento è pronto, ora finalmente potrò concentrarmi su altro. C’è ancora tanto da fare!

Ritorno alla normalità

venerdì, giugno 26th, 2020

Mercoledì sera scorso sono salito in auto, abbiamo viaggiato di notte e siamo andati qualche giorno al mare.
PRIMO GIORNO
Mi sveglio poco dopo le 6 del mattino, come mio solito. Luogo sconosciuto, sensi all’erta. Esigo il mio regalo di compleanno: mini armi per gli ometti Lego, un sogno che si avvera. Salto la colazione, così posso restarmene sul lettone. Gioco là tutta la mattina, finché Miss Fastidio per pranzo non mi costringe a togliermi il pigiama. Non voglio andare al mare! Lasciatemi qua, nel mio regno conosciuto. Ora di metà pomeriggio un po’ mi stufo; nel frattempo Fastidio è andata a vedere la piscina del campeggio e spergiura che è proprio bella. Mi azzardo a scendere dalla mia comfort zone, costumino, due passi e ci siamo (per fortuna è molto vicina). Appena mi immergo dichiaro, con la faccia di uno che aveva dimenticato come si sorride davvero:“Non voglio andarmene mai più!!!”. Ogni tanto esco dall’acqua a farmi incoraggiare da Fastidio, ma lo ammetto, inizio a rilassarmi. Ora di cena mi concedo piadina, gonfiabili, mercatino notturno, e mi scambio messaggi vocali con Emma, la figlia di un’amica di mamma. Non vorrei mai rientrare a dormire, che bella la vita.
SECONDO GIORNO
Obbedisco a mamma-fastidio e andiamo al mare. Mi aggiro con sospetto sul bagnasciuga. C’è un banco di meduse piccole e bianche conficcate nella sabbia. C’è gente. L’acqua è fredda, ma anche invitante. Ottengo che mamma-maggiordomo venga a fare il bagno con me: io come una cozza sul mio surf di Spider Man, lei mi traina. Neanche male. Poi Fastidio ha freddo, usciamo ma dopo la pausa io voglio rientrare. Mamma vieni con me? Mamma vieni con me? Ma Fastidio non ne vuol sapere di venire con me. Intanto il mare mi chiama, Spider Man mi guarda, e io non ce la faccio più: vado e basta. Ci sono perfino altri bambini che giocano in acqua; strani esseri i bambini, mi ricordano qualcosa… Sulla strada del rientro noto il campeggio, l’area gioco comune, le casette, il cielo l’erba la vita. Chissà se Emma mi ha scritto mentre ero al mare?
Dopo pranzo chatto con Emma, “come un dodicenne”  dice Fastidio. Nel pomeriggio piscina piscina piscina! La sera gonfiabili e festa sfrenata! Non male essere in vacanza.
TERZO GIORNO
Mattina magnifica al mare, acqua come olio e temperatura ottima. Andando e tornando dal mare passiamo per l’entrata principale del campeggio, dominata da uno strepitoso castello di scivoli, tunnel e scale dove si arrampicano, attirati come mosche, tutti i bambini del campeggio. Ieri l’avevo occhieggiato, ma oggi non resisto e ci faccio un salto – chiedo però a mamma e papà che restino in zona. Dei bambini mi chiedono di giocare con loro, ma penso: e la mascherina? E il distanziamento sociale? Come vorrei che qualcuno mi avesse dato retta, e per il compleanno mi avesse regalato la maschera anti-gas – quella sì che mi avrebbe protetto. Mi unisco agli altri, ma circospetto. E’ un castello davvero figo, accoccolato sotto l’ombra dei pini marittimi dove la brezza marina rinfresca anche dentro ai tunnel: al diavolo anche il virus…
QUARTO GIORNO
Sono in vacanza. Al mare nuoto per ore, con mamma o da solo in base alle voglie. In campeggio ogni scusa è buona per fare il matto nel castello di scivoli, assieme al resto della marmaglia. In piscina trovo amici anche lì, che belli i campeggi e questa anarchia fra Nani. Peccato dover rientrare! Tanto più che in questi giorni non avevo compiti da fare, grazie al diktat della maestra Lidia “Che la vacanza sia vacanza!”. Vabbe’, domani se non altro inizia il centro estivo e potrò ricominciare.

Parvenza di normalità

sabato, maggio 16th, 2020

Non sembra vero: adesso il problema peggiore a fine giornata è che la creatura abbia mangiato poco a pranzo. O almeno questa è l’opinione della nonna, che per pranzo prepara primo secondo dolce e frutta, e giudica inconcepibile che il suo nipote-chiodino non divori tutto manco fosse un quindicenne.
La babysitter non si lascia scoraggiare dal bambino perso nel suo mondo, da pungolare di continuo tipo mucca recalcitrante da spingere al pascolo, e lo tartassa con tabelline e ripasso di grammatica. Il pupo ha dimenticato TUTTO, è evidente; se fra un mese potrà riportare alla memoria qualche vago ricordo della quarta elementare, sarà solo merito della babysitter. Lei non ha certo una formazione da maestra, ma è meglio di niente vista la latitanza delle maestre vere: se non altro lei c’è, e trasmette ogni giorno al bambino l’importanza dello studio e della ripetizione – gli dimostra che CI TIENE che lui impari. Nel frattempo le maestre, oltre ai compiti mandano (sempre a suon di foglietti da stampare a casa) anche fior fior di verifiche, perfino su argomenti mai ripetuti da mesi: chapeau alla faccia tosta.
A me rientrare al lavoro ha fatto bene. Certo, quando mi confronto coi fornitori del milanese, è forte il sospetto che in Veneto stiamo forse correndo troppo e troppo presto; ma il trucco è non pensarci, e auto convincerci che nell’open space affollato un plexiglas e un vasistas tutti i virus si porta via. Intanto esco di casa, vedo facce diverse rispetto ai parenti stretti, e riesco ad essere più calma quando la creatura fa la sua crisi di follia dopo aver giocato troppo coi videogiochi online.
Ecco, ‘sta cosa dei videogiochi è un punto dolente. Ormai il pupo la mattina studia col supporto della babysitter, il pomeriggio si rilassa dai nonni (+ la lettura quotidiana obbligatoria), perciò la sera è difficile negargli la videochiamata col suo migliore amico abbinata al gioco online. Però, tre volte su sei (dato statistico misurato), dopo un’ora di gioco il pupo crolla: litiga col suo amico, si incazza mentre gioca, per non parlare di quando è ora di spegnere – si oppone e diventa violento. Stasera sono stata categorica: così come ha sempre giocato per conto suo con un timer acceso a misurare 20 minuti, d’ora in poi quando gioca online con l’amico avrà a disposizione solo 30 minuti. E’ l’unica occasione di confronto sociale avuta finora, ma se non riesce a reggerla non resta che accorciarla. Piuttosto da settimana prossima farò il possibile affinché si vedano la sera al parco, e al diavolo anche i videogiochi.

Che calcio sia

domenica, dicembre 8th, 2019

Dopo mesi che lo chiede, ho dato retta al pupo: quest’anno niente psicologhe, niente psicomotriciste, solo sport di squadra fra maschi con allenatori maschi. Sarà l’anno del calcio.
Personalmente sono sempre stata contraria al calcio, ne ho spesso sentito parlare male: che giocano solo quelli bravi, e i brocchi (come mio figlio) sono destinati alla panchina a vita; che già agli adolescenti viene consigliato l’uso di integratori per migliorare le prestazioni; che i genitori tifosi sugli spalti a volte danno il peggio di sé. Invece grazie a un compagno di classe del Nano abbiamo scoperto questa società sportiva, piccola ma ben organizzata, in un paese vicino, dove fanno giocare i bambini per divertirsi e non per vincere. Sia i bambini, che gli allenatori, che i genitori dei bambini sono tutta gente tranquilla: il calcio al suo meglio come esperienza formativa. A me è bastato andare a prendere il Nano la prima sera: ho sentito l’allenatore richiamare il Nano con un “Guarda la partita!”, e ho subito capito che ci sarebbe stata comunione di intenti fra le maestre e l’allenatore = la creatura deve imparare a concentrarsi in quello che fa.
Il pupo sembra contento. Lavora all’aria aperta, non si lamenta del freddo, cerca di impegnarsi, aiuta sempre a mettere via l’attrezzatura a fine allenamento. Finalmente lo vedo in un ambiente di maschi, e infatti non la smena che è stanco o che non ha voglia – classico suo giustificativo con le psicologhe. Se si ferma a fare la doccia con gli altri, impara pure un sacco di canzoni-sconce-da-doccia ed esce sghignazzando; anche se per questioni di tempo ho dovuto optare per la doccia a casa, altrimenti si cenava alle 8.
Certo per me è un massacro: esco dal lavoro e aspetto mezz’ora – ormai al freddo – che finisca l’allenamento. Si arriva a casa alle sette passate, e mentre lui si fa la doccia preparo la cena. Dopo cena lotto con le scarpe, per lavare via il fango, metto a lavare la biancheria sporca e preparo la sacca per l’allenamento successivo. A sua volta la ns babysitter certi giorni deve diventare matta per far fare i compiti al pupo in tempo zero, perché da casa sua al campo ci vogliono comunque quindici minuti d’auto e non c’è poi chissà che tempo fra la fine della scuola e l’inizio dell’allenamento. Insomma giriamo entrambe come trottole, ma il pupo è contento e almeno non vediamo più quel faccione falso di Hitler, e compensiamo la fatica con la serenità.
Mio marito, in realtà, avrebbe mandato il pupo da Hitler anche quest’anno. Ma io ho pensato: perché mandare il bambino a psicomotricità per risolvere i suoi problemi di irascibilità e immaturità, quando il papà del bambino a 40 anni suonati a volte ha gli stessi scatti irragionevoli? Quindi o mandavo a psicomotricità anche il padre del bambino, o mandavo al diavolo le psicologhe e regalavo al bambino la serenità e le opportunità di un sano sport di squadra. Poiché la prima opzione era impraticabile, è stato naturale scegliere la seconda: viva sempre la palla rotonda!

La valutazione ASL

venerdì, gennaio 25th, 2019

E’ arrivato il nome ufficiale, il sigillo che accompagnerà la creatura per tutta la sua carriera scolastica: disgrafico. Non rimbecillito, non pigro, non assertivo-oppositivo, non disturbato nell’attenzione: semplicemente non sarà mai in grado di scrivere, e questa sua difficoltà gli ha fatto sviluppare un gran rifiuto per la scuola e per i compiti.
Siamo stati fortunati: la psicologa Asl che ha preso in carico il pupo si è rivelata molto in gamba – malgrado a mio marito non fosse minimamente piaciuta – e ci ha presentato un rapporto molto dettagliato, molto attento a tutte le componenti fisiologiche, restituendoci un quadro che sia noi come genitori sia le maestre abbiamo riconosciuto corrispondere completamente a nostro figlio. Che sollievo. Le maestre hanno spergiurato che gli verranno incontro, dosando i voti in relazione al suo disturbo piuttosto che costruendogli un piano didattico specifico; infatti secondo loro il problema del pupo è ancora lieve rispetto al disgrafico puro, che è completamente bloccato, e vogliono farlo lavorare alla pari col resto della classe per non farlo sentire diverso. O forse dovrei scrivere diverso, o ‘diverso’: per sottolineare che la diversità nasconde la parola handicap, sia nella visione delle maestre sia nella visione che il pupo ha di sé stesso, con tutto il vissuto di biasimo sociale che tale termine comporta. Diverso = sfigato, direbbero i suoi compagni di scuola.
Come genitori ci siamo precipitati a riempire di coccole la creatura, a spiegargli la situazione, ad acquistare quaderni per la scrittura facilitata. La psicologa Asl ha chiarito che l’unico futuro per il bambino sarà scrivere con la tastiera, ma per poterlo fare a scuola devono diventare davvero veloci, perciò sarà una capacità da acquisire col tempo, magari dalle medie in poi. E nel frattempo per aiutare il pupo a recuperare un po’ di attenzione e precisione in quello che fa, dovrà iniziare un percorso doppio: psicomotricità abbinata ad attività alla scrivania. Quindi riprenderemo le uscite anticipate da scuola una volta alla settimana, cambieremo psicologhe, e avanti coi lavori (e la spesa!, perché sono sempre supporti erogati da medici privati) sperando che sia la volta giusta.

Depressione infantile

giovedì, febbraio 22nd, 2018

Urla, strepita, si incazza per piccoli nonnulla, mi insulta, cerca di picchiarmi, in generale trasforma in conflitto ogni contatto quotidiano con me. Sembra un adolescente all’apice della follia ormonale, e invece ha 7 anni. Tutto è franato con la consegna delle pagelle, e il responso definitivo delle maestre: visto che il bambino è stato dalla logopedista senza che fosse rilevato alcun disturbo particolare, ha senz’altro bisogno di un supporto psicologico. Perché in classe segue la lezione solo quando ha voglia, e quando non ha voglia gioca con le penne, guarda il soffitto, non copia quanto viene scritto alla lavagna, non tiene il segno di lettura, non riporta correttamente sul diario i compiti assegnati. Le problematiche sono più acute con la maestra di italiano, mentre in matematica e scienze la mancanza di attenzione/interesse è più rara.
La maestra di matematica e scienze insegna materie con una applicazione pratica immediata ed evidente, esige ragionamento e calcolo, non richiede la scrittura di lunghi componimenti in corsivo. La maestra di italiano predilige i dettati lunghi, infarciti di parole con ortografia complessa e significato oscuro, da scrivere obbligatoriamente in corsivo; richiede l’elaborazione di letture leziose e ammiccanti, tipiche di un’infanzia immaginata dagli adulti, e in generale esige standard di padronanza ortografica ben al di sopra dei test somministrati dalla logopedista. Il pupo ha fatto passi da gigante rispetto ai primi mesi di scuola, ma chiaramente per lui scrivere resta una fatica; sa che non scriverà mai “come una femmina” (ipse dixit, probabilmente non a torto), perciò si sente rifiutato e non all’altezza. Da qui mani spesso in bocca, ricorso frequente al pavimento, attaccamento morboso ai suoi peluche che pure ignorava da un paio d’anni, mentre in classe non risparmia tecniche fantasiose per scantonare la lezione e dimostrare alla maestra che si, ha ragione, sono un perdente. Mio figlio è un adolescente depresso, a sette anni, e io mi torturo senza costrutto né  so come aiutarlo.
In termini tecnici la maestra lo definisce ‘disturbo dell’attenzione’. E’ da inizio d’anno che lo dice, e mi chiama a rapporto, ma non l’ha mai scritto da nessuna parte; perché a scriverlo poi scatta la valutazione Asl, quando la valutazione Asl è prevista solo dalla terza elementare. Traduzione: il bambino non rispetta i canoni di maturità previsti per la terza elementare. Pur di placare la volontà persecutoria della maestra ho acconsentito al supporto psicologico, sperando che la psicologa possa fare da avvocato difensore del bambino nei confronti della maestra; ma la creatura ha preso per tradimento questa mia scelta, e non mi dà più tregua. Stritolata dal lavoro durante le mie otto ore, e stritolata dall’astio del bambino prima e dopo il lavoro, credo che fra qualche mese schiatterò. E non posso neanche permettermi una scenata di sfogo, di quando in quando, perché le fa già tutte lui – ogni weekend diventa un inferno sulla terra solo per fargli fare due compiti.
Languo, mentre osservo impotente mio figlio che si trasforma nella parte peggiore di sé.

Messier la crudité

domenica, febbraio 4th, 2018

Io voglio, io decido, io faccio solo se ho deciso di voler fare. Se devo mettermi il pigiama, discuto sull’arte dei Kiss. Se mia mamma sta parcheggiando in retromarcia, di notte e con pioggia battente, esigo la sua attenzione per analizzare le caratteristiche dei Golden Retriever. Se la mattina devo mettermi le scarpe, infilarmi la sciarpa e uscire di casa, non inizio nemmeno ed esigo un dettagliato paragone fra i cobra e i black mamba. In tutti questi casi mamma mi chiede di parlarne più tardi, non mi ascolta, insiste affinché io faccia (fare fare fare, che gretti ‘sti Veneti), allora mi incazzo mi offendo e litighiamo. Non si può andare avanti così. Forse sono stato adottato, se fossi davvero il loro pargoletto adorato ogni mia parola sarebbe oro colato (fa rima!), altro che rispondermi “Ne parliamo dopo”. Proclamo la lesa maestà.
Perdono mamma solo quando facciamo i compiti: in quel caso lo faccio proprio apposta a chiacchierare o giocare o simulare cacca/pipì o reclamare la merenda, pur di evitare di fare ‘sti dannati compiti. Le maestre sono tutte esaurite, ‘na fissa con ‘sti compiti, secondo me non hanno una vita. Se una non è sadica mica va a fare la maestra, farà l’astronauta o l’esploratrice; ma se sei sadica e triste dentro, sicuro che farai la maestra elementare. Oooops, scusate si chiama Scuola PRIMARIA, con un sacco di maiuscole così ‘quelle’ sono contente, e quei polli di mamma e papà si convincono che è una cosa importante – invece è solo marketing.
Mamma dice che sono viziato, ‘crudo’ = immaturo nel dialetto locale; io dico che sono solo un bambino sensibile. Tipo se mi guadagno una Minifigure Lego perché a scuola ho preso qualche 9, ma il pacchetto scelto rivela un ometto che ho già, tiro giù la casa a suon di strepiti e lamentele, e coinvolgo pure la giustizia divina – non capisco perché Dio mi abbia fatto nascere così sfortunato. Se un compagno di classe è più bravo di me in un gioco, non gioco più e comincio a cianciare cose tipo “Chi vince perde, chi perde vince” per dissimulare il rosico. Se passo il venerdì sera a casa di un amico – si chiama pigiama party, belli – poi trascorro sabato e domenica in piena crisi estatica, mi comporto come un quattordicenne col motorino in garage e le sigarette in tasca, invoco autonomia ogni volta che mi si chiede di fare qualcosa – anche tirare l’acqua – e tratto i miei genitori come fossero servitù a mia disposizione; se ritratto è solo perché Crudelia De Mon = mamma mi lascia senza pranzo.
L’ha detto anche la logopedista che sono un bambino tanto caro e intelligente, quindi cosa vogliono ancora da me?! Che quando leggo non ondeggio col busto come un autistico? Che quando scrivo non canto mulinando i piedi? Che mentre mangio non mi avvito su me stesso come un acrobata cinese? Puah, genitori moderni: fanno figli pensando siano bambolotti, che restano dove li metti e fanno quel che vien loro detto. Che se la facciano passare, non sono mica il bambino Pinocchio io!

Un anello per domarli

mercoledì, aprile 26th, 2017

panda prisonerE’ tutto iniziato mesi fa, a fine inverno: eventi estranei uno all’altro si sono incrociati con sincronia stupefacente. Da una parte, a fine Febbraio l’azienda dove lavorAVo (sottolineo il tempo imperfetto) si è trasferita, dilatando i miei tempi di viaggio casa/lavoro da venti minuti a un’ora. Nel frattempo i medici hanno trovato un tumore a mia suocera quindi vai di controlli, operazione e infine terapia. Quindi mentre io maturavo l’intenzione di presentare le dimissioni causa incompatibilità vita-lavoro (c’è già mio marito che lavora lontano), si è resa necessaria la mia presenza in famiglia per andare a prendere il bambino a scuola, e stare con lui nelle ore successive. La classica storia italiana della donna tappabuchi.
Non mi era mai successo prima di avere il bambino tutto per me. Mi sono scontrata con una creatura prepotente, presuntuosa, cocciuta, e volitiva per il solo gusto di esserlo: in poche parole un bambino viziato. Queste le tecniche applicate per cercare di rivoltarlo come un calzino:
– lo faccio contento portandolo al parco, in modo che possa frequentare altri bambini (quando stava dai nonni era sempre e solo coi nonni), e capire che in fondo ne vale la pena di diventare grandi. Per lo stesso motivo, organizzo quando possibile – tutti gli altri bambini fanno sport due o tre volte alla settimana! – incontri mirati con amici o vicini o compagni di scuola.
– lo costringo a fare merenda entro le ore 17, altrimenti salta; e l’entità della merenda è da merenda, non da pasto principale. Risultato: finalmente ha iniziato a farmi cene abbondanti e regolari, e non può più usare la merenda come scusa per evitare i compiti (ho visto cracker spezzettati in dimensioni molecolari pur di temporeggiare).
– possibilmente andiamo a fare i compiti in biblioteca. La creatura non osa applicare in luogo pubblico le sue consuete tecniche per evitare i compiti, come urlare strepitare e insultare, andare in un’altra stanza, temporeggiare millantando fame/sete/cacca/pipì/prurito alla testa/fastidio agli occhi/male al ginocchio, fare piroette intorno alla scrivania o contorcersi sulla sedia. Torniamo a casa con pile di libri che poi non legge (gialli di Scooby Doo, libroni fotografici su Il Signore degli Anelli), ma intanto si abitua al gesto di cercare e prendere i libri, e almeno i titoli dei capitoli a volte se li legge.
– visto che in prima elementare i compiti sono un impegno più che altro simbolico, se non ha sprecato l’intero pomeriggio nel farli lo porto di nuovo in qualche parco.
– se a scuola ha lavorato male, nel pomeriggio si cancella, si riscrive e si corregge tutto quello in cui ha mancato in classe.
– se torna da scuola con quaderni accettabili e non fa capricci per fare i compiti e i compiti li fa benino, sa che dopo cena potrà vedere un paio di cartoni.
– se nel fine settimana fa i capricci per fare i compiti, resta segregato in camera sua finché non ha finito.
– con i compiti si arrangia: vediamo cosa c’è da fare, poi mi allontano e mi chiama solo quando ha finito o quando ha dei dubbi. Ho visto che più gli sto lontano, meno si innervosisce.
– quando gli propongo qualcosa (1) o lo accetta, o se chiede dell’altro (2) sa che riceve zero (0). Esempi: “Vieni in bagno grande che ti faccio la treccina”, e lui “No in bagno blu!”, quindi niente treccia. “Prendi pure l’iPad e guardati un cartone qui in cucina”, e lui “No in salotto!”, allora salta i cartoni. “Siamo comodi per andare al parchetto dietro casa, che ne dici?”, “No voglio andare al parco in centro!”, quindi niente parco. E’ una disciplina estenuante, ma spero che prima o poi la smetta di proporre alternative per partito preso.
Probabilmente gli abbiamo concesso troppa libertà di scelta negli anni scorsi, abitudine che ci porta a litigare per questioni che NON sono scelte tipo: “Quando fai i compiti sul libro, ricordati di usare solo la matita”, e lui “No voglio usare la penna!”.
Il primo quadrimestre ci era bastato un piccolo premio settimanale per incentivarlo a impegnarsi a scuola, e a non fare capricci arbitrari la mattina; mentre la punizione classica era portare i suoi giochi preferiti ‘in ferie’ in cantina, o sequestrargli l’iPad – salvo poi dimenticare dove l’avevo messo. Ma qualche mese fa (in coincidenza con la malattia della suocera?, non lo sapremo mai) è cascato il palco: il pupo ha smesso di farsi attrarre dagli incentivi e ha iniziato a misurare – sic – di quante gratifiche riesce a fare a meno, a quante punizioni riesce a sopravvivere, aumentando nel contempo la frequenza dei comportamenti regressivi (mangia con le mani, si stende sotto al tavolo dopo mangiato ecc). Finché a inizio Aprile sono stata richiamata dalle maestre e a quel punto, approfittando della disoccupazione – mai fu più tempestiva! – ho provato ad applicare metodi ferrei. Se son panda, fioriranno.

Si sbaglia imparando

domenica, settembre 11th, 2016

angeli-e-demoniIl pupo è ridotto come credo tutti i bambini dopo due mesi di vacanza: molesto, capriccioso, dall’attenzione volatile. Ma quando vuole è subdolamente presente a sé stesso, ecco due esempi:
1) in giugno c’era stata una manifestazione in centro storico, un pomeriggio in cui parecchie società sportive avevano fatto provare ai bambini la loro attività. Elio aveva avuto una mattina nera, e nel pomeriggio aveva gironzolato fra la folla senza degnare nulla di uno sguardo a parte il trucca-bimbi, la ginnastica artistica e la scherma. Mamma gli aveva promesso che a inizio settembre poteva provare la lezione di scherma, ma poi fra ferie e lavoro e preparativi per la scuola, chi se ne ricordava più? Fatto sta che un sabato mattina di inizio Settembre, mentre andavamo tutti assieme in bici al mercato, il nano inchioda davanti a un cartellone pubblicitario: “Guarda qui!”. Era proprio la pubblicità del corso di scherma, ha riconosciuto il disegno dal volantino visto mesi prima, e questa settimana mamma ha dovuto portarcelo.
2) facciamo la spesa al supermercato, lui mi si attacca come una patella perché vuole un regalo vuole un regalo vuole qualcosa, finché sua mamma abbaia e lo zittisce. A quel punto lui ricorda un’antica promessa, è da oltre un anno che ci andiamo dietro: vuole il fucile Nerf. Mamma gli fa notare: “No, eravamo d’accordo che ti fai il primo anno di scuola, e se la pagella della prima elementare è abbastanza buona allora arriva il fucile”.
“No lo voglio adesso”.
“Alla fine della prima…”.
“Adesso!”.
“Prima vediamo come sarà la tua pagella…”.
“Ma come” attacca a piagnucolare quello, “avevi detto che si sbaglia imparando, quindi il fucile me lo darete lo stesso no?!”. Mamma mi racconta che, ancora mesi fa, aveva spiegato al pupo come sbagliare non sia una colpa, ma anzi un’occasione importante per imparare; la classica perla di saggezza che i pupi ignorano. Ed ecco che il subdolo ricicla la perla per garantirsi un bel Nerf, anche in caso di pagella poco soddisfacente: ci ho provato, ho sbagliato, ma siccome sbagliando avrò imparato qualcosa il Nerf me lo regalate lo stesso.
“Si dice ‘sbagliando s’impara’ ” correggo il pupo mentre scoppio a ridere. Mio figlio è un gran paraculo.